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24.1.21

La matita che riflette il nostro mondo


L'illustratrice americana posta nella sua bacheca di facebook disegni a matita che raffigurano casalinghe sorridenti che ci mostrano le loro succulente pietanze tra gli arnesi di cucina.
Sono immagini che rievocano quelle dei rotocalchi degli anni '50, quando tutto sembrava meraviglioso; però nella stessa collezione ci sono anche immagini mortuarie, scene popolate da scheletri, visioni macabre, volti deformati. 

Tra i due estremi la matita iperrealista di Laurie Lipton riesce a materializzare alcune denunce sociali di grande efficacia.
Qui ve ne propongo alcune in cui la disegnatrice ci costringe a specchiarci nel nostro paradosso, quello in cui siamo stati precipitati quasi inavvertitamente dall'evoluzione della tecnologia. 

Lei ci mostra, meglio di Guy Debord e fin nei minimi dettagli, la verità nascosta dietro la scintillante "società dello spettacolo", ci fa vedere con un solo colpo d'occhio gli effetti del "capitalismo della sorveglianza", ci racconta come la nostra socialità sia ridotta a produzione di "selfie"

 

14.4.20

L'ebreo che parlava con la matita

 

   Poi un giorno arriva un giovane coi baffi biondi e con gli occhiali. Ha una grande cartella sotto il braccio. Mette sul tavolo la cartella e tira fuori un foglio con disegnato un ometto che ha un fumetto che gli esce dalla bocca: "Mi piacerebbe illustrare un racconto di Mosca" dice il fumetto. Tira fuori altri disegni e Guareschi li guarda e li mette da parte. "Va bene", dice, "quando viene Mosca glieli farò vedere. Dammi il tuo indirizzo".     (Carlo Manzoni)

Il diciannovenne coi baffi, arrivato nella redazione milanese, era un ebreo errante, si chiamava Saul Steinberg, arrivava dalla Romania, faceva disegnini con un tratto quasi infantile. Nel 1933 era arrivato Milano per studiare architettura, ma non studiava. Faceva disegnini, vignette satiriche per il Bertoldo. I suoi disegnini avrebbero riempito i giornali di mezzo mondo, ma chi poteva immaginarlo allora...

29.9.17

La matita


La matita è un oggetto che appartiene all'identità personale. Ricordo di aver letto molto tempo fa la storia di un inglese che pur trovandosi molto bene a vivere in un villaggio dell'India, dove era ben voluto da tutti e non gli mancava nulla, decise di tornare in Inghilterra perché aveva bisogno di matite. Gli indiani non erano in grado di fabbricarle. Forse il racconto è falso, avrebbe potuto farsele spedire, ma è un racconto che ci mostra la matita come oggetto tecnologicamente avanzato.

Per gli scrittori la matita è stato il primo computer. Consente di scrivere e cancellarre e riscrivere, consente di annotare i libri, consente di inserire rimandi (link), consente di evidenziare le parole sottolineando o cerchiando pur senza macchaire le magine in modo irreversibile.

Il lettore con la matita in mano è rispettoso ma non passivo.

Quando non c'erano i computer, solo nei negozi più importanti si vedeva un registratore di cassa, grosso e rumoroso, coi tasti circolari e i numeri che ruotavano nella finestrella posta in alto, perciò nei miei ricordi di bambino ci sono ancore il fruttivendolo Gabriele e il macellaio Pantalone con la matita appoggiata sull'orecchio. Era la loro calcolatrice. Anche il falegname aveva sempre la matita sull'orecchio, ma era una matita diversa, grossa e schiacciata, con cui squadrava, misurava e segnava  i pezzi di legno.

3.6.17

Ehi, Valentina!

La Valentina di Guido Crepax è stata una protagonista degli anni '60 e '70, una figura che riusciva a replicare nel mondo dei fumetti le inquietudini dell'emancipazione femminile e le manie che stavano trasformando il mondo.

Valentina era una replica di Louise Brooks, la femme fatale degli anni '20, ma era anche una gemella di Jane Birkin. Sognatrice e trasgressiva, moderna e sensuale.




14.6.06

L'ebreo con la matita in mano

Il popolo ebreo coincide con la stirpe di Abramo e in questo senso qualcuno può considerarlo razza. Tuttavia cadrebbe in errore perché l'ebraismo non è discendenza maschile, ma femminile.  La tradizione patriarcale non consente di risalire lungo le linee materne.
Ma come non vedere che gli ebrei sono alti o bassi, biondi o bruni e perfino neri come i falascia? Quindi si direbbe che l'ebraismo è solo l'appartenenza elettiva a un'antica religione. Ma così non sarebbero più ebrei quelli che conosciamo come tali: Freud, Einstein, Marx, Kafka ed altri che sono notoriamente distaccati dalle credenze e dai riti della religione mosaica.

Dunque come definire l'ebreo?

Ci aiuta Elena Lowenthal che ripropone, in un articolo pubblicato su La Stampa, la definizione data da George Steiner:

'l'ebreo è uno che non può fare a meno di tenere una matita in mano, mentre legge".