Franco Battiato era il nostro vicino di tenda nell'estate del 1977, al raduno hippy del Parco Nazionale d'Abruzzo, la woodstock italiana reinventata al tempo degli indiani metropolitani.
L'ultimo giorno arrivò anche Julian Beck, invece Fabrizio De Andrè, che era in programma, non venne.
Franco Battiato si esercitava col suo violino, ma non era molto conosciuto. Noi adolescenti non sapevamo chi fosse, non potevamo neanche immaginare che lui, come cantante, era già passato nei leggendari locali di Milano insieme a Gaber e Jannacci; non sapevamo che le sue canzoni erano già state portate a Sanremo da Anita Harris e che aveva collaborato con artisti del calibro di Brian Eno.
Noi eravamo incuriositi più dall'altro vicino di tenda, uno studente di psicologia che tentava esperimenti di ipnosi con le vacche che stavano al pascolo. Il ragazzo col violino sembrava solo un ragazzotto siciliano con la voglia di suonare, uno spiantato come tanti, finito chissà come nella grande bolgia dell'Orso col sacco a pelo e la chitarra. Nessuno avrebbe mai imaginato che quel giovane siciliano si sarebbe poi trasformato in un raffinato guru, cultore di filosofie orientali e di misteriosi esoterismi.