La matita è un oggetto che appartiene all'identità personale. Ricordo di aver letto molto tempo fa la storia di un inglese che pur trovandosi molto bene a vivere in un villaggio dell'India, dove era ben voluto da tutti e non gli mancava nulla, decise di tornare in Inghilterra perché aveva bisogno di matite. Gli indiani non erano in grado di fabbricarle. Forse il racconto è falso, avrebbe potuto farsele spedire, ma è un racconto che ci mostra la matita come oggetto tecnologicamente avanzato.
Per gli scrittori la matita è stato il primo computer. Consente di scrivere e cancellarre e riscrivere, consente di annotare i libri, consente di inserire rimandi (link), consente di evidenziare le parole sottolineando o cerchiando pur senza macchaire le magine in modo irreversibile.
Il lettore con la matita in mano è rispettoso ma non passivo.
Quando non c'erano i computer, solo nei negozi più importanti si vedeva un registratore di cassa, grosso e rumoroso, coi tasti circolari e i numeri che ruotavano nella finestrella posta in alto, perciò nei miei ricordi di bambino ci sono ancore il fruttivendolo Gabriele e il macellaio Pantalone con la matita appoggiata sull'orecchio. Era la loro calcolatrice. Anche il falegname aveva sempre la matita sull'orecchio, ma era una matita diversa, grossa e schiacciata, con cui squadrava, misurava e segnava i pezzi di legno.
C'è una matita ancora più importante di quella da falegname, quella che ci consegnano al seggio per votare: la matita copiativa. Traccia un segno che non si può cancellare. Impedisce i brogli elettorali.
Per mio nonno, che usava la matita per tenere i conti sul taccuino quando, da contadino, trattava con gli acquirenti dei prodotti agricoli, la matita era il lapis, in dialetto lu laps. Voce dotta che deriva dal latino lapis haematites che significa "pietra di ematite".
Il nome latino non ci inganni: la matita è tecnologia moderna. Le prime miniere di grafite pura furono scoperte nell'Inghilterra. Pare che la data di nascita della matita sia il 10 settembre 1564, quando una tempesta a Borrowdale scoprì agli occhi di alcuni pastori alcuni blocchi di grafite che utilizzarono per segnare la lana. Ma il passaggio dai pezzi di grafite alla sottilissima mina imprigionata dentro uno stelo di legno non è semplice. Fu un'idea di due italiani, Simonio e Lyndiana Bernacotti. Di loro sappiamo poco. Probabilmente erano fratello e sorella.
La leggenda racconta che tutto partì da un furtarello che fecero un giorno al loro maestro. Dalla sua cartella presero alcune lunghe matite di grafite che lasciarono le loro mani tutte nere e imbrattando tutti i vestiti con la polvere scura. Non potevano in nessun modo nascondere il furto neanche riportando le matite al loro posto. Fu la fervida mente creativa e innovativa di Lyndiana che la spinse a un’intuizione. Andò di corsa ad un albero di pioppo e con un piccolo coltellino staccò pezzi di corteccia che insieme al fratello legò intorno alla grafite con fascette di fieno.
Ottenuto questo comodo involucro disse: “si chiamerà Lapis!”. Da quel giorno continuarono a studiare diversi metodi per avvolgere quel frammento di grafite, fino ad arrivare alla creazione di fori in un ramoscello ovale di ginepro abbastanza compatto, in cui inserire ed incollare un’anima di grafite. Ecco che due italiani in terra di Inghilterra trovarono la soluzione che ancora oggi stringiamo tra le nostre dita. (www.technotown.it)
Alle prime matite di produzione industriale si arriva soltanto nel XVIII° secolo, e precisamente nel 1762, quando Faber inizia le sua produzione di matite in Germania e nel 1795, quando Conté avvia una analoga attività in Francia. Le prime matite avevano lo stelo di legno non colorato, in modo che se ne potesse apprezzare la qualità, poi si diffuse la matita con lo stelo di colore giallo, che inizialmente rappresentava la provenienza cinese della grafite oppure giallo e nero come quelle della ditta austriaca Koh-I-Noor. Il giallo è stato poi adottato anche dalla Faber-Castell e dalla italiana Fila (qui alcuni esempi).
La matita è ancora oggi un gioiello di tecnologia. Per molti è oggetto da collezione e perfino strumento divinatorio, ma pochi forse sanno che il materiale di cui è fatta (il grafene) è destinato a darci molte sorprese e nuove possibilità. Forse è la più avanzata tra tutte le più moderne tecnologie. Ce lo racconta in questo video Greta Radaelli.
