L'illustratrice americana posta nella sua bacheca di facebook disegni a matita che raffigurano casalinghe sorridenti che ci mostrano le loro succulente pietanze tra gli arnesi di cucina.
Sono immagini che rievocano quelle dei rotocalchi degli anni '50, quando tutto sembrava meraviglioso; però nella stessa collezione ci sono anche immagini mortuarie, scene popolate da scheletri, visioni macabre, volti deformati.
Tra i due estremi la matita iperrealista di Laurie Lipton riesce a materializzare alcune denunce sociali di grande efficacia.
Qui ve ne propongo alcune in cui la disegnatrice ci costringe a specchiarci nel nostro paradosso, quello in cui siamo stati precipitati quasi inavvertitamente dall'evoluzione della tecnologia.
Lei ci mostra, meglio di Guy Debord e fin nei minimi dettagli, la verità nascosta dietro la scintillante "società dello spettacolo", ci fa vedere con un solo colpo d'occhio gli effetti del "capitalismo della sorveglianza", ci racconta come la nostra socialità sia ridotta a produzione di "selfie"
Di quanti strumenti abbiamo bisogno? Quanta tecnologia occorre alla nostra vita quotidiana?
Questa curiosa immagine non stupirà i miei perché ci rimanda a una delle manie del lampionaio: collezionista di orologi, bussole e astrolabi, che in fondo è solo manierismo steampunk.
La realtà come spettacolo. Qui vediamo due diverse rappresentazioni dell'umanità iperconnessa. Nella prima c'è una folla anonima devastata dall'abitudine all'uso permanente degli smartphone. E' l'uomo smartophonizzato nella dimensione collettiva, sotto invece lo stesso uomo è rappresentato nella dimensione soggettiva.
Seguono due raffigurazioni di persone (forse sono autoritratti dell'artista) che esistono solo mostrandosi all'obiettivo fotografico dei social-media. E' la società basata su relazioni umane fatte di smile e di like.
Dietro gli smile e i like può esserci una sofferenza fatta di limitazioni, finzioni, costrizioni... il corpo è prigioniero di un mostro meccanico che viene benevolmente chiamato domotica.






