8.6.23

Il poeta schivo e istrione

 

Vinicio Capossela è un poeta che ci regala delizie musicali e preziosità verbali. Non esiste senza cappello. Il suo abbigliamento e i suoi cappelli ci raccontano storie di marinai e di capostazioni.

Lui, un po' zingaro e un po' pirata, probabilmente si sente come un re decaduto, ridotto a fare il buffone. Lui è il nostro Bob Dylan, è il bardo di una “banda degli ammutinati da dio, la banda degli impiegati, dei marinai al tamburo da galera”.
Il suo percorso da lampionaio rabdomante passa sulla linea tra Dante e Modì, scende nelle sudicie bettole della boheme, ricama sogni, insegue creature mitiche e mostruose, ci strazia di languori

“L’eroe della mia giovinezza è stato il dannato, il bohémien, il distillatore di bellezza Amedeo Modigliani. Modigliani sgranava come un rosario ebbro i versi di Dante a memoria, mentre dipingeva i suoi volti dagli occhi vuoti. E così provai a mandarli a memoria anche io scoprendo la più sublime forma di preghiera umanistica. Una esperienza di spiritualità, che nella ripetizione conduce a una specie di trance. L’attrazione per l’umano, per i suoi miti, per il sublime, per l’inferno, per il peccato e per la virtù, per tutto ciò che desta maraviglia”.
La sua musica è quella di un menestrello in un nuovo medioevo afflitto dalle ingiustizie e dalle pestilenze:

«Una pestilenza infuria in questo Medioevo altro e tecnologicamente evoluto: una pestilenza morale, etica, di linguaggio, una corsa verso il basso dove si diffondono la corruzione, la violenza, la pornografia».

Siamo mosche cieche oberate dalla quantità, siamo guidati dal caso: le sbandate fanno la rotta

 

Perfetta è la descrizione che lui ci dà del mondo ai tempi del web:

«Il web è un mezzo potente in cui non si è ancora elaborata un’etica e una normativa, ma è come l’aria: non è la pestilenza, ma il mezzo attraverso cui si trasmette. Io mi rifugio dalla dittatura dell’attualità nutrendomi delle cose belle che l’uomo ha cercato di lasciare, i libri, i quadri, la musica. Purtroppo oggi che finalmente ci si affranca dalla fatica con le macchine, ciò non significa benessere diffuso, ma invece aumentare la diseguaglianza sociale. Ci sono strumenti tecnologici magnifici di accesso alla conoscenza, e invece diventato strumenti di accesso all’odio, alla disinformazione, al basso invece che all’alto».

«Ognuno può scegliere cosa piangere del mondo che sta scomparendo nel virtuale: il nostro rapporto con le piante, gli animali, il caldo e il freddo, la manualità delle cose. Come i monaci pregano per tutti, io piango il mondo anche per te che non te ne rendi conto».

«In tempo di peste si dava la caccia all’untore. Non sapendo cosa stesse accadendo, si generava ogni tipo di sospetto e si cercava il capro espiatorio, come oggi gli immigrati e gli zingari. Gli unici che ci guadagnavano erano i monatti, come una certa classe politica di oggi».