Federico Fellini ha ritratto quel mondo nel film "La dolce vita" e nella sua scena madre: Anita Ekberg che si immerge, come una dèa, nelle acque della fontana di Trevi.
In quegli anni Roma era diventata la Mecca del cinema mondiale, il luogo magico in cui i divi del nuovo olimpo scendevano tra i comuni mortali. C'era Charlton Heston che incarnava la forza soprannaturale di Mosè insieme alla fierezza virile di Ben Hur; c'era Marlon Brando che negli anni cinquanta era stato il motociclista selvaggio, il ribelle di "Fronte del porto", ma anche l'autorevole oratore dell'antica Roma e poi il brutale Kowalski del "Tram che si chiama desiderio". Tra i fori imperiali e piazza Venezia c'era Gregory Peck alla guida di una Vespa; nella desolata periferia, oltre le borgate, c'era il glaciale Clint Eastwood col cinturone da pistolero; e non dobbiamo dimenticare Richard Burton e Sean Connery oltre all'impeccabile Gary Grant. Erano gli eroi della nuova epopea cinematografica a cui appartenevano anche altri divi: Robert Redford, Paul Newman e John Wayne oltre agli italo-americani: Frank Sinatra e Dean Martin. Tuttavia l'icona maschile della dolce vita non è tra questi eroi americani, guerrieri, bulli e cowboy, e neanche tra i vitelloni del cinema italiano (Vittorio De Sica, Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Valter Chiari).
Occorre cercare di notte, nei salotti appartati, raffinati e ambigui, di una Roma quasi segreta che aveva come riferimento il ricco discendente di una delle più antiche casate nobiliari di Milano e dell'alta borghesia industriale (la madre era proprietaria della più importante casa farmaceutica italiana) e nello stesso tempo era membro e dirigente del Partito Comunista: il duca Luchino Visconti di Modrone. Oggi si direbbe un "radical-chic", allora lo chiamavano "il Conte Rosso".
Luchino Visconti era un perfetto connubio di ricchezza, bellezza e cultura.
Negli anni della dittatura fascista entrò nella resistenza. Il suo nome da partigiano era Alfredo. Trasformò la sua casa in un ritrovo di clandestini. Fu catturato dai feroci fascisti della Banda Koch e scampò fortunosamente alla fucilazione.
La casa di Luchino divenne in breve tempo la centrale operativa ed il rifugio di tantissimi clandestini...Tutte le finestre venivano tenute rigorosamente sbarrate ed oscurate, in modo che dall'esterno la casa risultasse come disabitata, mentre all'interno era stata trasformata in una specie di dormitorio, mensa e ufficio, i cui occupanti entravano e uscivano rigorosamente di notte. (Uberta Visconti)
Restò sempre legato al Partito Comunista e all'amicizia con Mario Alicata, Pietro Ingrao ed altri compagni, ma non approvò l'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956.
Come regista cinematografico Luchino Visconti fu tra gli iniziatori del neorealismo (Ossessione, Bellissima, La terra trema, Rocco e i suoi fratelli) ed ebbe storie d'amore con donne celebri come Coco Chanel, Clara Calamai, María Denis, Marlene Dietrich. Però in lui prevaleva l'orientamento omosessuale che era costretto a tener nascosto. Anche tra i comunisti l'omosessualità era malvista. Il ballerino russo Rudolf Nureyev era fuggito dalla Russia sovietica proprio per evitare ritorsioni.
Nel cinema, dopo il periodo neorealista, Visconti tornò all'estetismo e alle raffinatezze aristocratiche già molto evidenti nelle scene del Gattopardo (1963).
Già con Il gattopardo e sempre più con le opere successive, i film di Visconti assumono l'aspetto di grandi affreschi che celebravano un’epoca finita, sontuosi requiem di epopee in cui si canta la fine d'intere stagioni e classi sociali, senza che il posto lasciato libero da ciò che decade sia occupato da nuove realtà vitali. (Simona Aiuti)
Nel 1965, per realizzare il leopardiano Le vaghe stelle dell'orsa, Visconti scelse il giovane attore austriaco Helmut Berger.
Nella pellicole di Visconti possiamo trovare i migliori campioni della bellezza maschile: dai suoi attori preferiti (Burt Lancaster, Massimo Girotti, Alain Delon) alla corte dei suoi amanti.
In quel mondo di lusso e di raffinatezze, tra dimore aristocratiche costruite su isole da sogno, si incontravano molti uomini famosi: il più celebre dei danzatori, Rudolf Nureyev che aveva comprato l'isolotto delle sirene, il grande fotografo Horst Horst, il regista Franco Zeffirelli, l'attore Paolo Poli. Ma il modello perfetto fu Helmut Berger che dal 1965 in poi compare in molti film di Visconti: La caduta degli dei, Ludwig, Gruppo di famiglia in un interno.
La celebrità fece di Helmut Berger l'emblema vivente della dolce vita.
Dannato. Pericoloso. Bello come pochi. Osannato. Ricercato. Ambito. Utilizzato. Talmente altro da diventare un trofeo. Forse anche un po' stupido. Helmut Berger è stato la reale star, talmente star da ricoprire tutti gli stereotipi del mondo dello spettacolo. Sesso, droga, feste e sbronze rientravano nella sua vita quotidiana. (Umberto Pizzi - Il Fatto Quotidiano - 20-08-2021)
Nella sua carriera di bisessuale ha avuto almeno tremila amanti, ma confessa di non aver mai superato il trauma della morte di Luchino Visconti: "La tragedia e' che sono rimasto vedovo a 32 anni, con Luchino e' morta una parte di me stesso, per questo ho tentato il suicidio. Anche se Luchino mi ha anche guastato perche', da ricco aristocratico, non aveva alcun senso del denaro. E anch'io trovavo assolutamente normale farmi fare dieci vestiti o farmi regalare una Maserati invece di mettere dei soldi in banca". (Corriere della Sera 14-08-1998)
Tra i ricordi di dissolutezze, capricci e gelosie, l'attore austriaco racconta che Visconti amava i preliminari raffinati: Sotto le sue mani, uno conosceva la pura lussuria.
Non era via Veneto il luogo eletto dei fasti della Dolce Vita, era la splendida Colombaia di Visconti nell'isola di Ischia o il castello di Nureyev nell'isolotto privato di LiGalli. Luoghi appartati, sospesi tra realtà e sogno. Luchino ne era il principe supremo che convocava i raduni di angeli perversi ed Helmut Berger era il suo arcangelo preferito.
La lussuria omosessuale, avvolta di ricchezza e di fama, si contrapponeva completamente a quella di Pier Paolo Pasolini, il maestro cattolico cacciato per indegnità dall'insegnamento e poi espulso anche dal partito comunista, autore di romanzi scabrosi che bazzicava le misere periferie della capitale e poi trasformava i ragazzi di borgata in attori (Franco Citti, Ninetto Davoli). Anche Pasolini aveva conosciuto il fascino della perfezione estetica, aveva portato sullo schermo una Medea impersonata da Maria Callas e una Madonna col volto angelico di Silvana Mangano, ma aveva rigettato questi modelli per cercare una bellezza più naturale, schietta, non raffinata, non sofisticata, non adulterata dagli orpelli e dalle droghe.


