10.12.20

Paolo Rossi, simbolo di uno sport gentile

Era già strano per me scrivere un post per un calciatore, come ho fatto a fine ottobre per Pelè, diventato ottantenne. Poi è arrivata la notizia della morte di  Diego Armando Maradona, celebrato come un semidio. Il ragazzo argentino che aveva voluto farsi napoletano, nel bene e nel male. Ma io non ho mai seguito il calcio, non ho mai visto una partita di pallone, se non per pochi minuti. I miei soli ricordi da tifoso risalgono agli anni in cui ero bambino e scambiavo figurine col mio amico Fabrizio che mi aveva iniziato al culto dell'Inter, era l'Inter di Helenio Herrera di cui custodisco ancora una foto e in quella foto mi sono abusivamente inserito accanto a Giacinto Facchetti. 

Ora però devo scrivere ancora di calcio e di un campione che oggi ci ha lasciato: Paolo Rossi.

Era il "Pablito" che portò l'Italia al vincere il mondile del 1982. Ricordo la festa nelle strade di Bologna, i festeggiamenti folli intorno alla fontana del Nettuno, l'entusiasmo contagioso di Sandro Pertini, il nostro presidente partigiano. Ma Paolo Rossi non era solo il campione che riscattò l'Italia dopo l'amara sconfitta del 1970 in Messico. No, Paolo Rossi era per me il simbolo di un calcio signorile. Il grande goleador era rimasto sempre un ragazzo semplice, timido, gentile. Il contrario di quello che normalmente il mondo del calcio mette in mostra: violenza, volgarità, fanatismo. Lui era l'esempio vivente della gentilezza che può vincere. 


Paolo Rossi, è stato un fenomeno. In campo lo trovavi ovunque. Poi scompariva. Senza quasi accorgersene lo trovavi davanti alla porta a far goal. In mille modi. E poi, subito dopo, lo vedevi correre, felice per l’ennesima prodezza. Perché a me Paolo Rossi sembrava felice. Almeno in campo. Ho avuto sempre la sensazione che si divertisse. Come me, quando giocavo con i miei amici sotto casa, in strada.

Mi piaceva Paolo Rossi perché era un ragazzo timido. “Uno” che parlava poco e a bassa voce. Durante le interviste, qualche volta arrossiva. Abbassava per un attimo lo sguardo.

Mi piaceva Paolo Rossi perché aveva scalato il mondo del pallone. Dai piccoli stadi delle province italiane, giocando con il “9” sulle spalle per il suo Lanerossi Vicenza ai grandi stadi argentini con il “21” sulla maglia azzurra, durante il mondiale del 1978. Quasi una favola, la sua. Con qualche tristezza che spero avesse superato. Magari ripensando a quando era ragazzino. A quando anche lui giocava “per gioco”.

Manlio Lilli