30.7.20

Lo scemo di guerra

Per Reiner Schurmann la colpa era un lascito ereditario, invece Claude Eatherly aveva la colpa di un atto compiuto personalmente, quando era maggiore dell'aeronautica. Era un abile pilota e durante la guerra aveva abbattuto più di trenta aerei nemici. Un asso. Il 6 agosto del 1945 fu  incaricato di un'ultima missione. Al comando di un aereo chiamato Straight Flush sorvolò il cielo in territorio nemico per verificare le condizioni atmosferiche e la visibilità che avrebbe dovuto comunicare al colonnello Paul Tibbets, comandante del bombardiere denominato Enola Gay.
Il maggiore Eatherly eseguì regolarmente la missione. Il suo aereo volò per 15 minuti sulla città che splendeva sotto il sole dopo che il vento aveva spazzato via le nuvole.
Le condizioni gli parvero allora ideali e trasmise il messaggio in codice: "Stato del cielo su Kokura coperto. Su Nagasaki coperto. Su Hiroshima sereno, con visibilità dieci miglia sulla quota di tredicimila piedi". La scelta era fatta. Si allontanò in fretta come era previsto dagli ordini ricevuti. Ma qualcosa di insolito disturbò il volo. Un bagliore accecante, innaturale e spaventoso. Guardò verso il basso. Una strana nube gialla aveva avvolto Hiroshima. Dov'era la città nel chiaro sole del mattino non c'era più nulla, solo un'orrida distesa di ceneri. 

Il maggiore Eatherly non sapeva che l'Enola Gay avrebbe trasportato un ordigno mai visto prima. L'intera città di oltre 100mila abitanti, quella che lui aveva scelto, era stata annientata in un attimo. Tornato alla base gli dissero che 70mila o 80mila persone erano svanite dentro il bagliore della bomba atomica. Tutte svaporate nel nulla da un'unica fiammata più luminosa di mille soli. 

 

Pochi giorni dopo un altro aereo avrebbe lasciato cadere il "fat boy" su un'altra città giapponese: Nagasaki.  

La guerra era finita e i piloti di quelle ultime missioni che avevano costretto il nemico alla resa furono accolti in patria come eroi. Claude Eatherly non si sentiva più un eroe. Lui che aveva combattuto con convinzione non era più lo stesso. Aveva visto l'orrore, l'annientamento totale, e vi aveva dato il suo contributo. Lasciò l'esercito e rifiutò la buona pensione che gli spettava. Nelle sue notti riviveva la scena e si svegliava urlando: "Gettatevi, gettatevi: arriva la nuvola gialla!".  Nel 1950 tentò il suicidio. Fu ricoverato in una clinica psichiatrica. Poi cominciò a commettere piccoli crimini: assegni a vuoto per cifre irrisorie, piccole rapine, furti. La moglie lo lasciò e fu interdetto dalla possibilità di incontrare i figli. I suoi crimini erano sempre maldestri o evidentemente finti. Lui voleva solo farsi arrestare per poter espiare la sua colpa che sentiva immensa. Era stato un soldato, un pilota, aveva abbattuto più di trenta aerei nemici, perché era la guerra e sugli aerei nemici c'erano soldati che combattevano contro di lui. L'annientamento di una città, con tutta la sua varia umanità bruciata in un solo grande lampo, era un'altra storia, una storia di inferno.

Il colonnello Tibbets dichiarò che “se Dante fosse stato con noi sull'aereo, sarebbe rimasto atterrito.” Nell'inferno dantesco non poteva esserci nulla di così spaventoso. 

Paul Tibbets, diventò generale e disse di non essersi mai pentito di aver eseguito alla perfezione gli ordini. Come molti ufficiali e soldati tedeschi che collaborarono allo sterminio di milioni di civili, anche Tibbets aveva medaglie e stellette al posto della coscienza. Ma Claude Eatherly aveva la coscienza. Volle scrivere una lettera ai parenti delle vittime. Chiedeva il loro perdono. Gli somministrarono dosi di insulina nel tentativo di cancellare i suoi ricordi. Tentò altre volte il suicidio. Fu descritto come "l'ultima vittima di Hiroshima", un malato di nervi, uno scemo di guerra. La realtà era un'altra, completamente diversa, che lui aveva capito molto bene: «La verità è che la società non può accettare il fatto della mia colpa senza riconoscere al tempo stesso la sua colpa ben più profonda».