29.7.20

Reiner Schurmann, l'erede della colpa

Un articolo di Donatella Di Cesare su La Lettura di domenica scorsa mi ha fatto scoprire un personaggio emblematico, autore di un libro "Le origini" (recentemente pubblicato in italiano da Efesto) che contiene riflessioni di importante attualità. Riflessioni di un prete cattolico che era anche un anarchico ed era stato volontario in un kibbutz ebraico in Israele dove era giunto con l'intento di redimersi dalla propria colpa originaria, la colpa di essere tedesco, figlio di tedeschi che avevano collaborato all'economia nazista. 

Il padre non era stato un soldato, non aveva aderito alle SS, era un civile, era un imprenditore e dopo l'invasione nazista dell'Olanda, si era trasferito ad Amsterdam dove aveva rilevato una fabbrica. Per quelli che hanno indossato la divisa e hanno sparato forse è più facile. Possono buttar via la divisa, tornare a vestire abiti civili, rinnegare le armi, le fucilazioni, le rappresaglie e gli altri orrori della maledetta guerra. Così sembra che tutto sia passato e si volta pagina. Reiner no, non era figlio di nazisti impegnati in questo tipo di azioni, la sua era stata una famiglia normale, quale pagina avrebbe dovuto voltare? 

Reiner era nato nel 1941 ed era piccolissimo il giorno in cui riuscì a scendere le scale per andare a giocare in cortile. Glielo avevano vietato, chissà perché, ma i bambini trasgrediscono i divieti, anche per sentirsi grandi. Il piccolo Reiner scese in cortile e attraversò una delle porte che conducevano alla fabbrica del padre, là c'era un sotterraneo dove lavoravano gli operai, li chiamavano "pigiami" e Reiner vide i pigiami, erano immobili, pieni di muffa e coprivano gli scheletri dei condannati ai lavori forzati. Il bimbo si chinò a guardare meglio tra i brandelli di stoffe a righe e un fiotto scuro colò sul suo collo, colava dallo scheletro che stava più in alto e arrivò fino alle sue labbra. La fabbrica aveva il sapore e l'orrore della morte, una morte voluta, inflitta a quelle persone che forse erano olandesi o tedeschi o forse stranieri, chissà.

Reiner capì di essere figlio di un vile approfittatore, un cittadino obbediente come Eichman e di una madre che s'era disinteressata per indifferenza verso la politica e verso gli affari del marito. La personalità del ragazzo si formò con un senso di angoscia che non poteva esorcizzare. Lui sapeva cosa può esserci dentro la normalità, lui aveva sentito il sapore della efficiente economia tedesca, aveva capito dove trae forza la radice della civiltà europea e questo sapere generava in lui un senso di colpa da cui avrebbe voluto liberarsi. Abbracciò le idee libertarie ed egualitarie degli anarchici, il suo pensiero seguiva la rotta degli angeli, ma quando arrivò all'università si trovò come professore il grande filosofo Martin Heidegger e vide di nuovo quel male che non si vede, che può sembrare banale, come scrisse Hanna Arendt, altra allieva di Heidegger. Reiner Schurmann capiva che c'era qualcosa di sbagliato nella razionalità che cerca fondamenti e crea strutture logiche. Occorreva decostruire, liberare, liberarsi. Arrivò in Turchia e perfino là, in un angolo remoto di un paese lontano, una bambina lo vide e corse verso gli adulti gridando : "Turist almàn, turist almàn!". Lui ce l'aveva stampato in faccia il suo essere tedesco, era lui stesso il simbolo ambulante dell'oppressiva violenza tecnologica. 

Cercò di riscattarsi, capì che era necessario schierarsi dalla parte dei perseguitati, andò a lavorare in Israele, insieme ad un amico ebreo di nome Yoschko (un reduce del campo di Belzec), in un kibutz chiamato Kfar Ezra, vicino Haifa. Gli piaceva la vita sobria della comunità che era organizzata secondo un modello di socialismo in miniatura, ma fu espulso su richiesta dei giovani sabra (si definivano così gli ebrei nati in Israele). Non volevano che la nascente nazione ebraica fosse contaminata dalla presenza di tedeschi. La logica razzista era penetrata anche là. Lui non riusciva a liberarsi delle sue origini e capiva che "il nazismo non è concluso, i fascismo non è ancora estinto". La normalità che lui aveva conosciuto da bambino, il benessere della fabbrica di Amsterdam, la chiarezza logica delle lezioni di Heidegger, sono ancora presenti come fuoco che arde sotto la cenere.

Fuggì anche da Israele per raggiungere la Francia. Scrisse il suo libro in francese perché il tedesco era per lui una lingua insozzata

"E' la mia lingua che mi vive, mi esprime, mi pronuncia. E' lei che mi determina e mi distrugge"

 Cercò un nuovo rifiugio nelle fede cattolica. Nel 1970 fu ordinato sacerdote domenicano. Ma lui non era solo tedesco, era anche omosessuale e quest'altra condizione lo portò a dover abbandonare anche la vita monastica. Una zingara gli disse che la sua meta era oltre oceano e Reiner partì per l'America dove ebbe una cattedra di insegnamento universitario a New York. Ma per lui non c'era pace. Un giorno a Washington si imbattè in un corteo di neonazisti. Vide l'orrore riemergere anche là, in quella che doveva essere la terra promessa della libertà democratica. Li affrontò. Si scagliò contro di loro come sarebbe giusto facesse ogni tedesco, ogni europeo, ogni cittadino del mondo. Nello scontro ebbe la peggio, ma aveva dimostrato la sua sincera e assoluta coerenza.

Morì di aids nel 1993. 

R. Schurmann ha scritto anche "Il principio dell'anarchia". 

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Come giudicare questi fatti? cosa dire di un destino come quello dell'innocente Reiner Schurmann? E' giusto tutto questo? Sembra che la colpa ricada pesantemente sui figli che hanno la sensibilità umana per comprendere la gravità di quel che è accaduto, mentre altri figli continuano a godere beatamente delle ricchezze che furono sottratte ad altri, dei profitti ottenuti dalla schiavizzazione dei perseguitati e riescano anche a giustificarsi: io non c'ero, la storia ha sempre prodotto situazioni altrettanto feroci, forse è tutto inventato.