Che ne sai tu del paradiso. Che ne sai tu dell'Olimpo. Potrai vederlo solo in un riflesso di specchio, perché il paradiso sei tu, sei tu la meraviglia dell'Olimpo.
Roma 1960 - La fontana di Trevi è uno specchio di finto mare depositato davanti ad una finta facciata di palazzo. Finto è anche il richiamo all'omonimo borgo dell'Umbria. La fontana fu costruita come omaggio all'Aqua Virgo, antico acquedotto romano dell'acqua vergine che originariamente terminava in un trivio dove erano collocati tre mascheroni di pietra da cui sgorgava l'acqua.
Il trivio (o trevio) è sempre luogo di incontri. Si possono incontrare figure misteriose o piacevoli e in quest'ultimo caso cedere facilmente ai piaceri, anche quelli che si chiamano triviali. Luogo sconsigliabile per una vergine, ma non per la dèa dell'amore.
Sono certo che né Papa Clemente XII°, che diede avvio alla costruzione della monumentale fontana, né l'architetto Nicola Salvi, che ne fu l'artefice, avessero piena consapevolezza di quel che facevano: non una fontana, non un monumento, non un capolavoro di arredo urbano, stavano sistemando nel cuore di Roma la sacra conchiglia da cui sarebbe rinata la Dea Venere.
Il portentoso evento avvenne di notte, come prodigio officiato da un mago che operava sotto le mentite spoglie di regista cinematografico. In realtà era un curioso frequentatore di ambienti magici, come il salotto torinese di Gustavo Rol.
La reincarnata déa dell'amore arrivava dalla Svezia, le avevano tributato il titolo di Miss Svezia e poi era comparsa accanto a Gianni e Pinotto nel film comico "Viaggio nel pianeta Venere". Gli indizi evidentemente erano già numerosi. In un film diretto da Michelangelo Antonioni ebbe il ruolo dell'augusta Regina Zenobia, donna di potere, più propensa ai crimini che all'amore. Fu potentissima Regina d'Oriente e poi matrona e filosofa a Tivoli, la città delle mille acque.
Federico Fellini la vide per la prima volta in fotografia,come la stiamo vedendo noi, era sulla pagina di una rivista americana. Ne fu folgogato è il suo primo pensiero fu: “Dio mio, non fatemela
incontrare mai!”. Era una bellezza
sovrumana. Provò nuovamente quel senso di meraviglia, di stupore, di
incredulità e di sgomento che si prova davanti alle creature eccezionali quando, nel giardino
dell’Hotel de la Ville a Parigi, la vide avanzare verso affiancata da tre o quattro ometti, il marito e i suoi agenti che
sparivano come ombre attorno alla radiosità di una sorgente luminosa. Guardandola Federico Fellini aveva la certezza di percere un'essenza sovrannaturale, qualcosa che si colloca tra le idee
platoniche delle cose, degli elementi. E' una sensazione di totale rincoglionimento. “Ah, ecco, - si diceva - questi sono i lobi delle orecchie,
queste sono le gengive, questa è la pelle umana.”
Nel film “I nuovi angeli” Ugo Gregoretti ci mostra quello che accadeva in Sicilia dentro le sale cinematografiche dove i giovani, eccitati dalle sue apparizioni, si protendevano sui sedili che avevano di fronte e mordevano le
spalliere, divellevano le poltroncine, e i più esaltati
si gettavano contro lo schermo nell’illusione di possederla, o di
dannarsi.
Fellini non sbagliava. Anita era l'archetipo della sorgente della vita. Impossibile non riconoscerla.
Era il ghiaccio bollente. Una creatura mitologica del Walhalla. Allora nessuno avrebbe potuto sospettare che la bellissima svedese veniva esattamente dai luoghi che diedero origine ai miti omerici. E' l'ingegner Felice Vinci a svelare questa possibilità. Pubblicò la sua scoperta solo nel 1995, quando il regista riminese era già scomparso da due anni.
Noi ora sappiamo che i poemi omerici potrebbero aver tratto la loro ispirazione da storie e miti del mondo scandinavo, raccontanti da voci femminili con femminile sensibilià. Quindi non possiamo stupirci che Afrodite sia nata dalle fredde spume del Baltico, magari proprio davanti alle scogliere di Malmo.


