8.1.17

Pier Paolo Pasolini

Nella galleria dei miei maestri non può mancare lui, il profeta che vaticinò il ritorno dell'oppressione. Riusciva a vedere il segnale delle tenebre dove tutti credevano di vedere luce.

Pasolini è stato il nostro Tiresia. Era un poeta, non un indovino, ma la sua poesia penetrava nell'ombra, vedeva mutazioni non ancora compiute, tragedie incombenti, vergogne nascoste, intrighi indicibili.

Fu lui a parlare della scomparsa delle lucciole. Dal suo articolo sulle lucciole scomparse inizia questo mio diario di lampionaio. Cerchiamo lucciole e non possiamo farlo senza la guida del maestro.


Al termine di una lezione, camminando in via del Guasto verso piazza Verdi, domandai qualcosa al professor Caputo e mi sentii rispondere che tutto quel che ci avrebbe proposto nel corso del suo seminario partiva dagli scritti corsari di Pier Paolo Pasolini.


Qui vorrei rendergli omaggio con poche immagini perché il lampionaio è un collezionista di visioni come il silenzioso Omero che Wim Wenders ci ha mostrato nella biblioteca pubblica di Berlino a sfogliare libri fotografici.

Nella prima immagine Pasolini è davanti ad Antonio De Curtis, meglio noto come Totò. Due maestri di grandissimo valore artistico e morale.

In quelle che seguono c'è il Pasolini seduto alla sua scrivania. Mi verrebbe da dire il Pasolini borghese in abiti borghesi dentro un'abitazione tipicamente borghese, ma lui non sarebbe d'accordo, perché lui non si sentiva borghese. Tutto il suo impegno politico da radicale e da comunista, era in opposizione ai costumi e alle abitudini borghesi.

 


Qui c'è l'altro volto di Pasolini, davanti alla sua Alfa Romeo con jeans e camicia sportiva. Altri simboli borghesi dell'intellettuale eretico antiborghese. Lui stesso si definiva eretico, corsaro, luterano... sapeva che stava combattendo da dentro e che si opponeva a un potere senza volto che molti ancora non riescono a vedere.

La forza illuminante e profetica del suo pensiero veniva dalla profondità di analisi che si ottiene solo quando si riesce a governare la complessità. Molti non ci riescono e la conseguenza porta ad appiattire la sua figura in qualche stereotipo banale quando non si finisce nella totale incomprensione e nel disprezzo che ha decretato la sua condanna a morte e la damnatio memoriae.

Le immagini che seguono riguardano la sua ricerca poetica per la quale non usava solo la parola, ma anche l'obiettivo fotografico e con questi mezzi di navigazione si avventurava verso le radici più profonde dall'animo umano, sulle strade spoglie e disperate del destino di Medea, di Edipo, di Oreste e poi fin dentro l'inferno del marchese De sade.



Pasolini era totalmente antifascista, potrei dire brutalmente antifascista, come lui stesso si descrisse raccontando di uno scontro con un neofascista nel 1962:
 "gli ho riempito la faccia di schiaffi, com'era mio sacrosanto diritto"
(da Le belle bandiere - Editori riuniti 1977)
Pasolini era un uomo pacifico, non violento, lo era fino alla tenerezza, però non sopportava l'idea che i non-violenti debbano essere disposti a subire violenza e soccombere. C'era in lui un istintivo, forte e assolutamente legittimo istinto di difesa.

Durante gli anni della contestazione giovanile esplosa nel 1968 Pasolini era dalla parte degli studenti e lo espresse in modo chiaro affermando anche che "la resistenza e il movimento studentesco sono le uniche due esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano" (Il Caos).

Dopo averlo ucciso e straziato nel corpo, ora si sta cercando di distruggere anche la sua preziosa eredità culturale e lo si fa aggrappandosi a qualche sua parola decontestualizzata. Pasolini era un eretico e non si faceva scrupolo nel criticare alcune frange di gattopardi borghesi infiltrati nel movimento studentesco, come non si faceva scrupolo nel puntare il dito contro forme fasulle e pretestuose di antifascismo. Ma guai a voler giudicare Pasolini da qualche parola male interpretata. Era un comunista e non è mai caduto neanche nella retorica revanscista delle foibe, benché suo fratello Guido, appena diciannovenne, fosse stato uno dei partigiani della Brigata Osoppo trucidati a Porzus da altri partigiani. Questa tragedia familiare non portò mai Pasolini a disconoscere il grande valore politico e morale della resistenza.

Credo che la sua eredità si possa definire come "resistenza" da opporre ad un nuovo fascismo che non si presenta più col fez e la camicia nera, ma col falso edonismo della videocrazia che penetra nelle coscienze, produce omologazione e annienta i valori più alti dell'esperienza umana.