Talvolta mi piacerebbe parlare del mio paese, perché so di venire da un paese che non c'è più e che forse non è mai stato in un luogo preciso.
Era il paese dei giovani, quando noi eravamo giovani, ed io ero troppo giovane allora. Erano gli anni '60 del ventesimo secolo. Il momento più felice di tutta la storia dell'umanità. La più spaventosa e distruttiva guerra guerra di tutti i tempi aveva sepolto l'era delle dittature e delle persecusioni politiche e razziali. Le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki avevano mostrato al mondo la follia e l'impossibilità di immaginare nuove guerre. L'industria era stata riportata al servizio del mondo civile e cominciava a regalare alla gente meraviglie tecnologiche mai viste prima: lavatrici e frigoriferi, televisori e termosifoni, scooter e juke-box.
Le bandiere nazionali lasciavano il posto al simbolo liberatorio di "pace e amore". La musica emanava allegria. I giovani vestivano seguendo stili personali contrari alla moda e alla tradizione: il poncho e i mocassini, le collane e i medaglioni, i sandali e le tuniche, i jeans e i maglioni sbrindellati. Le donne andavano spesso a piedi nudi e alcune erano senza reggiseno. Le mescolanze di stili e di culture erano abituali.
L'ispirazione veniva da tutto il mondo. Giubbotti di pelle di cervo con frange, caftani fluenti, pigiami "lounging" o "hostess", tuniche indossate sopra le culottes, cappotti lunghi, spesso cinturati e foderati in montone. Poi c'erano le camicie con maniche trasparenti, le stampe psichedeliche, gli abiti di canapa che richiamavano il raduno di Woodstock.
Io vengo da quel paese che evocava sogni libertari, un paese che ora non esiste più.