15.7.16

Gli eroi sul fronte della letteratura - James Joyce

Chi l'ha detto che i poeti sono sognatori?
Chi l'ha detto che la letteratura è una collezione morta di inutili fogli rigati di inutile inchiostro?

In ogni rigagnolo d'inchiostro puoi vedere il sangue di un eroe omerico, la traccia della battaglia combattuta da un guerriero contro le mareggiate del tempo e della natura.

Ieri vi ho raccontato qualcosa di Borges, ma oggi vorrei parlarvi di Ezra e Jim e poi vi dirò qualcosa anche dei loro amici ebrei Sig e Aron.

Ma cosa posso dirvi di Jim? Io non l'ho conosciuto e nei suoi libri trovo solo un pagliaio di parole in cui sembra quasi impossibile ritrovare l'ago o il bandolo della matassa o perle scintillanti di poesia. Trieste e un profumo di mare adriatico. Chiederò ad altri di parlarvi di loro. Oggi cominciamo con Jim, l'irlandese.


Nora Barnacle  -  L’amore di Nora per James Joyce, che lei chiama Jim, è qualcosa di esagerato. Soddisfa qualunque sua fantasia sessuale. Non lo abbandona mai e lo segue ovunque, lungo una vita fatta di continui cambi di casa (perché spesso non riescono a pagare l’affitto) e di città. Jim, inoltre, è quasi sempre ubriaco. E la tormenterà tutta la vita perché vuole sapere quanti uomini ha avuto “prima” e se era vergine prima di fare l’amore con lui. Lei, ovviamente, considera queste insistenze come una scemenza e lo minaccia nell’unico modo che conosce: “Se insisti, faccio battezzare i tuoi due figli”.
Dopo qualche peregrinare per l’Europa finiscono a Trieste, dove risiederanno abbastanza a lungo. Sempre però senza soldi. Lei, pur di consentire al genio di lavorare in pace, si adatta persino a fare la lavandaia. Vivono in totale povertà. Il grande scrittore non ha nemmeno un tavolo: scrive su una valigia appoggiata sulle ginocchia, i suoi capolavori nascono lì, su quella vecchia valigia.
All’inizio degli anni Venti, Joyce ha terminato il libro che gli darà la gloria.

No, mi dice mia figlia, quel libro non l'ha mai letto nessuno, papà. E' impossibile. Il ragionier Fantozzi ti direbbe che è una cagata pazzesca.

Il vero eroe di questa storia forse è lei, Nora, ragazza testarda scappata di casa, scappata da Dublino senza meta, poi ha trovato un uomo, se l'è preso e non l'ha più mollato. L'eroina della libertà femminile ha scelto per lui di seguirlo ovunque, di servirlo, di mantenerlo, di sopportarlo (e non sarà stato facile sopportare un ubriacone povero, nullafacente e sessualmente insaziabile)  ma lei lo faceva come esercizio della sua libertà. Lei, Nora, l'ha voluto così, lei gli ha consentito di scrivere chino sulla vecchia valigia nella stanza di Trieste. Lei, Nora, ha inventato e costruito James Joyce, il più grande scrittore del XX° secolo, l'autore di un libro illeggibile, un viaggio sballato di un odisseo irlandese che non ha nessuna storia da raccontare, nessuna guerra, nessun mito, nessuna avventura.

Chi avrebbe mai pubblicato un libro tanto inutile? Ma Nora trova un'amica in Sylvia Beach, un’americana anche lei scappata di casa per andare a Parigi (oh, Parigi!). E' riuscita ad aprire libreria con l'insegna di Shakespeare and Co., punto di ritrovo di artisti girovaghi reduci della boheme. Sylvia si trasforma in editore per poter stampare il libro di Jim che nessun vero editore avrebbe mai mandato in tipografia. L'Ulisse di Joyce così viene stampato e distribuito, ma nessuno lo compra e Sylvia Beach, con la sua piccola libreria, va in fallimento. 

Sylvia Beach con James Joyce

 alcune pagine dell'Ulisse:

 


Talvolta la letteratura è un gioco da illusionista. Ti mostra quel che non c'è, ti esalta quel che è banale. Jim aveva imparato i trucchi da Ezra Pound, da quegli alchimisti della parola come Eugenio Montale, s'era anche immerso negli specchi deformanti di Sigmund Freud e la sua favola riuscì a incantare perfino il bibliotecario dei labirinti, il grande incantatore che a lui dedicò questi versi:

Disseminati in disperse città,
folla di solitari,
fingevamo che ognuno fosse Adamo
che diede nome alle cose.
Per i vasti declivi della notte
costeggianti l'aurora,
cercammo, lo ricordo, le parole
di luna, morte, mattino
e delle altre usanze umane.
E fummo, sì, l'imagismo, il cubismo,
le conventicole e le sette
che le università credule venerano.
Inventammo l'assenza di maiuscole,
l'omissione della punteggiatura,
le strofe in forma di colomba
care ai bibliotecari d'Alessandria.
Cenere, quanto andavamo facendo,
fuoco ardente la nostra fede.


Tu intanto forgiavi
nelle città dell'esilio,
che per te fu l'odiato
ed eletto strumento,
l'arma della tua arte,
innalzavi i tuoi ardui labirinti
infinitesimali ed infiniti,
mirabilmente meschini,
più popolosi della storia.
Morremo senza aver potuto scorgere
la fiera biforme o la rosa
che sono il centro del tuo dedalo,
ma la memoria ha i suoi talismani,
ha echi virgiliani,
perciò nelle strade notturne non cessano
i tuoi splendenti inferni,
tante cadenze e metafore tue,
gli ori della tua ombra.
Che importa la viltà se sulla terra
c'è un solo coraggioso
e la tristezza se ci fu nel tempo
chi si disse felice,
che importa la generazione persa
che fu mia, vago specchio,
se è giustificata dai tuoi libri.
Io sono gli altri. Sono tutti quelli
che il tuo ostinato rigore riscatta.
Son quelli che non conosci, che salvi. 


J-L- Borges

Ecco dunque il segreto di Joyce: un dedalo senza centro, un'invenzione vertiginosa che può giustificare l'intera generazione di scrittori del '900, fabbricatori di cenere che resta da un fuoco ardente. Il fuoco che Nora Barnacle ha saputo accendere e alimentare per una vita