Jorge aveva sei anni meno di mio nonno che giunse in Argentina da migrante nel 1907, quando era quattordicenne. Il futuro poeta era ancora un vezzeggiato bambino.
Mio nonno andò a lavorare come manovale in una fabbrica di mattoni alla periferia della capitale. Là c'era Rocco Vallozzi, il vedovo che aveva sposato in seconde nozze Angiolina, sorella maggiore di mio nonno.
Vallozzi era un uomo energico e forte che nel cantiere aveva l'incarico di capataz, capo e sorvegliante degli operai, un compito che lo costringeva ad affrontare anche le rivalità, le liti e i brutti ceffi che sempre si trovano tra i lavoratori più poveri.
Quell'ambiente misero e rude di operai di varia provenienza fu la scuola dove mio nonno formò la propria personalità.
Mio nonno tornò in Italia nel 1912, quando ricevette dai genitori la cartolina di chiamata al servizio militare. Era stufo dei mattoni di terra cruda, dell'aqua putrida che filtrava dagli otri usati per il filtraggio. Forse era stufo anche delle bettole dove si incontravano solo uomini. Un giorno si recò al consolato italiano nella speranza di farsi pagare il biglietto per il viaggio di ritorno. Altrimenti avrete un soldato di meno, disse all'impiegato. Due mesi di navigazione sul bastimento di cui il governo italiano pagava solo la metà.
Mio nonno è morto prima che io nascessi, non ho mai avuto la possibilità di farmi raccontare storie della sua vita da emigrante in Argentina. Quasi sicuramente, in qualche giornata di riposo dal lavoro, quel ragazzo abruzzese che prima di me portava in giro per il mondo il mio nome e il mio sangue, si sarà recato nel quartiere Palermo per passeggiare in quelle strade di una città straniera col gusto di sentirsene quasi il padrone, potendo dire a qualcuno "Palermo sono io". E mi piace immaginare che sia passato davanti alla casa col patio della famiglia Borges e abbia incrociato il suo sguardo col figlio tredicenne dell'avvocato Borges Acevedo. Potrebbero anche aver scambiato tra loro qualche parola. Jorge era affascinato dalla vita e dalla fierezza dei guappi. Ma non lo saprò mai. L'unica certezza è che allora il ragazzo che sognava di tornare in Italia non sapeva che sarebbe diventato padre e nonno di qualcuno e l'altro che sognava di abbandonare il decoro borghese per acquisire il coraggio sfrontato di un guappo non sapeva che sarebbe diventato un poeta intrecciando e districando labirinti di parole.
Due anni dopo anche Borges avrebbe lasciato l'Argentina per trasferirsi con la famiglia a Ginevra, dove rimase fino al 1918, mentre mio nonno con la divisa da fante trasportava su un carretto viveri e munizioni per i suoi commilitoni allineati nelle trincee del fronte austriaco.
La vita è una girandola di capriole e così, nel giro di pochi anni, il giovane studioso che aveva frequentato le ricercate scuole di Ginevra, di Lugano, di Siviglia e di Madrid, che aveva già sviluppato un suo personale stile poetico, nel 1938 fu assunto presso la biblioteca municipale Cané, nel quartiere Boedo di Buenos Aires come aiuto catalogatore, mentre il manovale italiano che era stato mandato a guidare un carretto trainato da un mulo tra le valli del Piave e dell'Isonzo nel fango percosso dalle granate, era diventato un agiato mercante di sementi e di frutta che fumava il sigaro lungo il corso del suo paese.
Non c'era alcun modo di incrociare nuovamente i loro destini, se non attraverso i pensieri veicolati nelle pagine dei libri grazie alla fatica dei traduttori. Sono morti entrambi per cancro al fegato.

“… tutto sta in tutte le parti, qualsiasi cosa è tutte le cose, il sole è tutte le stelle, e ogni stella è tutte le stelle e il sole…”
Plotino
