12.10.14

Caterina, la tigressa di Forlì

La stessa fresca attualità che abbiamo trovato nella bellezza della Maria Maddalena di Piero di Cosimo si ritrova anche nella Dama dei gelsomini di Lorenzo di Credi (1488). La donna che accarezza i fiori dovrebbe essere un ritratto di Caterina Sforza.  

Caterina era la figlia di Galeazzo Sforza, signore di Milano. Fu molto celebre ai suoi tempi, oltre che protagonista di vicende sanguinarie. Può essere giustamente considerata un esempio di fierezza e di intelligenza. Da un canto il suo il ritratto ci porta ad accostarla alla Maddalena e, per le considerazioni già svolte, anche  alla filosofa alessandrina che ha ispirò Charles William Mitchell, dall'altro la sua vita tempestosa ci porta ad annoverarla tra le donne guerriere, insieme a Giovanna d'Arco e alla regina Boadicea di Britannia.  

Come figlia del Duca di Milano, visse i suoi primi anni nel Castello sforzesco. Era una figlia illegittima avuta da Lucrezia Landriani, quindi una piccola bastarda nella logica di quei tempi, tuttavia fu educata nel migliore dei modi, non solo dalla madre Lucrezia, ma anche dalla nonna paterna, Bianca Maria Visconti, e poi dalla matrigna Bona di Savoia.

Galeazzo era un uomo potente, ma anche cinico e arrogante. Si circondò di nemici e fu ucciso in una congiura quando Caterina aveva solo 13 anni. Era stata già promessa in sposa a Girolamo Riario, conte di Forlì, nipote del Papa Sisto IV°, ma a sentire le malelingue era anche lui un figlio illegittimo del papa. Il matrimonio fu combinato per ragioni politiche quando Caterina aveva solo 10 anni. Grazie al matrimonio lo Stato Pontificio avrebbe recuperato il controllo su Imola, recentemente conquistata dai milanesi. Così fu sancita l'unione di due bastardi ricchi e viziati. 

Benchè giovanissima, la bella Caterina si unì volentieri a Girolamo che aveva vent'anni più di lei. Era un uomo molto bello, ma avido e gretto, aveva un cuore duro incline alla violenza. Era stato uno degli organizzatori della congiura dei Pazzi, ordita per assassinare Lorenzo il Magnifico, il signore di Firenze che la stessa Caterina aveva conosciuto come alleato del padre. Con lui Caterina visse alcuni anni a Roma, tra relazioni altolocate e intrighi di corte. Nel 1477 il Papa offrì al nipote la signoria di Imola e Forlì, perciò la coppia si trasferì in Romagna, dove Girolamo, con la sua arroganza, si fece subito molti nemici, ma giovane moglie lo sostenne in ogni circostanza e lo aiutò a disfarsi di coloro che congiuravano contro di lui. Dopo vari tentativi, Girolamo fu ucciso in una congiura di cui Caterina fu testimone. Il corpo denudato fu gettato da una finestra del palazzo e i congiurati ne fecero scempio. Caterina aveva 25 anni. 

Era stata educata allo studio del latino e dei classici, era cresciuta tra la biblioteca della nonna paterna e le battute di caccia, era una madre amorevole, ma la violenza che la circondava fece di lei la "tigressa". 

Sapeva calvalcare come nessun'altra. Aveva sempre un pugnale alla cintura. Godeva della forte ammirazione dei suoi soldati e dirigeva personalmente le manovre militari. La sua vendetta contro gli assassini del marito fu terribile. Li fece impiccare sulla stessa finestra dalla quale era stato gettato il corpo del marito, fece distruggere le loro case e fece torturare i loro familiari. Le proprietà confiscate furono divise tra i poveri.

Caterina riuscì a riprendere il potere su Forlì usando anche l'inganno. Quando i faentini, istigati dalla famiglia Orsi, circondarono la città, lei consegnò i figli come ostaggi chiedendo di poter rientrare nel castello. Era il 14 aprile 1488. La contessa varcò il ponte levatoio e appena raggiunto il portone si voltò indietro sfidando i comandanti nemici con un volgare gesto di provocazione. Entrata nella rocca, Caterina fece puntare i cannoni in direzione della città dicendosi pronta a distruggerla. Da sotto le mura i nemici le intimarono di arrendersi minacciando l'uccisione dei suoi figli, ma la risposta della contessa fu agghiacciante: "impiccateli pure davanti a me - disse, e poi, sollevandosi le gonne, portò la mano al pube - qui ho quanto basta per farne altri!"
Di fronte a tanta spavalda insolenza nessuno osò toccare i bambini e i nemici si ritirarono.

Lo storico fiorentino Bartolomeo Cerretani ce la descrive così:

"Ella era savia, animosa, grande e di bella faccia, parlava poco; portava una veste di raso con due braccia di strascico, un capperone di velluto nero alla francese, un cinto da uomo, e scarsella piena di ducati d'oro; un falcione ad uso di storta accanto, e tra i soldati a piè, e a cavallo era temuta assai, perché quella Donna coll'armi in mano era fiera e crudele." 

Dopo la tragica fine del suo primo matrimonio lei era rimasta la reggente del feudo come madre dell'erede, Ottaviano. Per non perdere il titolo sposò segretamente Giacomo Feo, un semplice castellano di Ravaldino. Caterina sceglieva sempre uomini molto belli ma umanamente insopportabili. Giacomo era prepotente, sempre in conflitto con tutti. A molti era parso che Caterina fosse psicologicamente succube dell'amante che spadroneggava ovunque. Giacomo l'aveva indotta ad assegnare titoli e possedimenti ai suoi parenti. Si rese odioso a tutti e fu anche lui ucciso, il 27 agosto del 1495,  in una congiura a cui presero parte in molti. I congiurati agirono anche nell'intento di liberare la contessa da una presunta condizione di sudditanza, non sapendo però quanto lei ne fosse innamorata. All'omicidio seguì una vendetta ancor più feroce della prima. Intere famiglie furono sterminate.  

Caterina ebbe un terzo matrimonio che la legò al fiorentino Giovanni de' Medici, appartenente ad un ramo cadetto del casato fiorentino. Di Giovanni, detto il Popolano, esiste un bel ritratto realizzato dal Botticelli. Nel 1498 dal matrimonio nacque Ludovico, ma dopo pochi mesi Giovanni morì a causa di una malattia lasciandola vedova per la terza volta.  

Nicolò Machiavelli si recò a Forlì nel 1499, quando la Contessa era da poco vedova e intenta ad occuparsi del piccolo Ludovico. Fu ricevuto nella Rocca di Ravaldino dove la Signora gli apparve algida e sfuggente. Era impossibile immaginare che quella figlia bastarda degli Sforza col suo pargoletto già orfano di padre stavano dando origine alla dinastia dei Granduchi di Toscana. Al bimbo era stato assegnato il nome in onore di Ludovico Sforza, detto il Moro, che governava su Milano, ma in seguito avrebbe ripreso il nome del padre, Giovanni, per essere poi conosciuto da tutti come il capitano dalle bande nere. Condottiero impavido al pari della madre.

In quegli anni, a cavallo tra il XV° e XVI° secolo, mentre in Spagna nasceva il futuro imperatore Carlo V°, le prime flotte navali veleggiavano verso il nuovo mondo, Leonardo da Vinci viaggiava tra Milano, Pavia e Venezia, e Vittoria, figlia del prode condottiero Fabrizio Colonna, coltivava i suoi primi talenti poetici, tutti parlavano di Caterina con stupore e timore.

"Quella tygre di la madona di Forlì", che aveva "tucta spaventata la Romagna".

Caterina non era solo un'abile condottiera, fu anche una maga, esperta di erboristeria e di alchimia. Conduceva molti experimenti di cui lasciò una raccolta di quattrocentosettantuno ricette che illustrano vari rimedi per combattere le malattie e per conservare la bellezza. Nella coltivazione di questi interessi intratteneva corrispondenza con medici, scienziati, nobildonne e fattucchiere, al fine di avere uno scambio di "segreti".  Nelle ricette che ci ha lasciato troviamo "olio di lombrichi", "sangue di topo", "carne di viperae perfino "sedimento di urina seccato e polverizzato".
Il suo più importante consigliere in questo campo fu Lodovico Albertini, speziale forlivese, che le rimase affezionato e continuò a servirla anche quando la contessa non viveva più a Forlì.
Gli experimenti di Caterina Sforza riguardavano la preparazione di belletti, di elixir e di pomate, ma avevano anche scopi afrodisiaci. In alcune ricette indirizzate alle donne lei elargisce consigli senza tanti giri di parole, descrivendo metodi utili per «magnificare il membro», «a fare tirare il membro», «a fare stare duro il membro». La finalità era esplicitamente femminile poiché, ella dice, con tali arti «la donna potrà fare el fatto suo». 

Mentre Machiavelli lasciava il Castello di Forlì il temutissimo Cesare Borgia, detto il Valentino, figlio di Papa Alessandro VI°, seminava terrore tra le Marche e la Romagna. A novembre del 1499 si impossessò di Imola. A dicembre portò un esercito di 15mila uomini, sostenuto anche dai soldati francesi, contro Forlì. Ma Caterina non era disposta a cedere e non si fece intimidire. Pose una taglia di 10mila ducati sulla testa del Borgia e organizzò la resistenza dalla Rocca di Ravaldino combattendo lei stessa con le armi in mano. 

Dopo vari giorni di combattimento la scaltra contessa invitò il duca Valentino ad un colloquio personale davanti alla rocca. Il suo intento era quello di farlo catturare dai suoi uomini, ma stavolta l'inganno non le riuscì. I bombardamenti dei francesi contro la Rocca continuarono di giorno e di notte fino al 12 gennaio del 1500, quando l'indomita tigressa, circondata dai cadaveri di oltre 500 soldati, venne presa prigioniera. 

Il Valentino la condusse prima a Pesaro e poi a Roma, dove la fece rinchiudere nel Palazzo del Belvedere, ma Caterina tentò la fuga, fu nuovamente catturata e rinchiusa a Castel Sant'Angelo, dove fu sottoposta a umiliazioni e torture.

Fu accusata anche di aver inviato al papa lettere intrise di veleno. I suoi esperimenti chimici includevano anche questo.

Machiavelli, che fu un estimatore del Valentino, riconobbe con ammirazione le doti e il coraggio di Caterina, ammettendo anche che non sarebbe stata sconfitta se la Rocca di Ravaldino non fosse mal costruita e troppo difficile da difendere.

Solo il ritorno dei francesi, il 30 giugno 1501, le consentì di riacquistare la libertà cedendo però ogni pretesa sulle città della Romagna. Si trasferì a Firenze nelle proprietà del suo ultimo marito, insieme al figlio Ludovico che lei aveva deciso di chiamare Giovanni. Il piccolo fu educato in un convento. Aveva compiuto da poco gli 11 anni quando Caterina morì a 46 anni a causa di una polmonite. Non vide il figlio crescere, non lo vide affermarsi come condottiero. 

Di questa donna fiera e crudele, scaltra e sapiente, che custodiva segreti alchemici e abilità erotiche, a noi piacerebbe conoscere l'aspetto, anche per indovinare ciò che si può nascondere dietro il mistero della bellezza. 


Non sappiamo se quello di Lorenzo di Credi sia il suo unico ritratto, benchè pare sia raffigurata anche  tra le leggiadre figure femminili immortalate da Sandro Botticelli. Se una delle tre grazie (quella che vediamo sulla destra) raffigura Caterina Sforza possiamo cogliere una sua somiglianza con Simonetta Vespucci, che prestò le sue sembianze alla meravigliosa Venere che si erge dalla conchiglia. Altri ritengono di poter riconoscere il volto di Caterina Sforza anche in un altro capolavoro di Botticelli: la Madonna della Melagrana.