27.1.25

Il matto di Marradi

Dino sembrava un po' strano, era schivo, silenzioso, ma non ci voleva molto per capire che era un po' matto e infatti capitò che lo rinchiusero in manicomio.
Era il figlio del maestro, istruito anche lui, con una mente piena di sogni, ma non si capiva mai cosa cercava, dove voleva andare, cosa voleva fare... tutti i suoi viaggi finivano con qualche disavventura e ogni volta c'era qualcuno che doveva chiamare le guardie per cacciarlo via e ogni volta lo rimandavano a Marradi, quel paesello natio dove il matto lo schivavano tutti. 

Erano tempi buoni per letterati e poeti. Erano gli anni meravigliosi della Belle Epoque. La società riservava loro molti onori e qualcuno ne godeva, come i russi, Esenin e  Majakovskij, ma il più famoso era Gabriele d'Annunzio che si faceva chiamare il Vate, le sue opere riempivano i teatri mentre lui viveva nel lusso e coltivava l'arte della seduzione. Cadevano ai suoi piedi le mogli e le figlie dei signori, le principesse e le contadine.

Erano gli stessi anni che celebravano anche la fama di un visionario futurista invaghito di automobili e areoplani. Marinetti confondeva la poesia con l'energia e come d'Annunzio inneggiava alla guerra, Erano poeti sciocchi. Non si accorgevano che nessuna guerra avrebbe salvato i loro immaginari eroi e il sangue non avrebbe dato loro né onore, né gloria. Ci sarebbe stato solo il sanguinoso sfacelo di una inutile macelleria. Loro erano i cantori della decadenza. Sotto i loro occhi l'antica austerità del patriarcato si disfaceva, espugnata dal riscatto di femmine spudorate. C'erano quelle che danzavano sollevando le sottane al ritmo del can-can, quelle che cantavano sulle note lascive dei cafè chantant, quelle che trasformavano l'odore dei bordelli in profumi di paradiso, fino ad assurgere a ruolo di divine: Sarah Bernardt, Isadora Duncan, Eleonora Duse, Mona von Bismark, Lina Cavalieri... e la più pazza e svergognata di tutte: la marchesa Casati

L'imponenza degli antichi palazzi diventava arrogante bruttura di fronte al floreale lussureggiare dell'architettura Liberty. Erano gli stessi anni in cui artisti impazziti mettevano in mostra opere senza senso, esplosioni di forme e di colori, astrattismi allucinati, divagazioni cubiste e dadaiste... Le tele si riempivano delle vibranti geometrie di Kandinsky, delle bizzarie di Picasso e Marc Chagall faceva volare coppie di sposi nel cielo che sovrasta i tetti delle case. La follia s'era impadronita del mondo. 

Ma in quel mondo di signori e di sapienti che s'atteggiavano a maestri di poesia nessuno riconobbe il genio poetico del giovane marradese.
A lui il mondo luccicante della Belle Epoque sembrava precluso. Il suo era solo un girovagare da vagabondo. Ma per andare dove? Venezia? Firenze? Genova? Eccolo passeggiare nella rossa e turrita Bologna, dove la gente è schietta e si muove sempre indaffarata tra le faccende della vita quotidiana, quella vita in cui Dino non sapeva inserirsi. Lui viveva nel suo mondo poetico dove i muri scalcinati erano avamposti di torri barbare e dai ponti poteva cogliere, lui solo, echi di battaglie ormai dimenticate o percepire sensazioni oscure e violente. Tra i passanti riconosceva sagome nere di zingari e ruvide barbe di giudei. E spiava sempre il mistero delle donne.

L'ispirazione poetica lo colse un dì mentre si rifugiava nella penombra di una chiesa. Nel mormorio delle preghiere di anziani e di donne velate non trovava il senso della sacralità. L'umile corteo dei preganti passava e ognuno accennava un inchino e un saluto servile al frate che sorvegliava da una porta. Per ultima una donna a cui sfuggiva un riso e questo bastava ad accendere in lui immaginazione e desiderio. Avrà davvero osato avvicinarsi fino a toccarla? l'avrà davvero palpeggiata fino a strizzare le sue carni rosee? lì, dentro la chiesa, oppure anche questo era solo un sogno?
Un vecchio si voltò a guardarlo con uno sguardo assurdo lucente e vuoto. Quello sguardo lo fece desistere e fuggire dalla chiesa mentre la donna continuava a sorridere di un sorriso molle. Lui, smarrito in una luce catastrofica, si ritrovò a vagare verso la periferia, tra sentieri e canali. Lo inseguiva la sensazione che  perfino la sua ombra lo stesse deridendo.

Nei pressi della campagna, avvolta in una calura maleodorante, si sentivano voci di femmine. Chissà perché, fuori città, in quel desolato paesaggio agreste, le donne diventavano prosaicamente femmine. Fu attratto dalla soave corpulenza di una ragazza dalla veste rosa. Era accanto alla porta aperta di una casa.  Sembrava un invito e lui entrò, immaginando e sperando che fosse un bordello, invece dentro c'era una matrona dai capelli neri attorti sulla testa come una scultura. Era una maga che leggeva la ventura nelle carte misteriose dei tarocchi. Sembrava una regina dotata di un potere che intimoriva. Aveva due occhi come gemme nere, ma lo sguardo non era duro, era liquido con sfaccettature bizzarre.

Chissà quale destino gli lesse dalle combinazioni delle carte. Lui non ascoltava neanche, guardava la ragazza mollemente distesa sul letto. Un'ancella dal corpo seminudo agile e ambrato che lo guardava stando appoggiata sui gomiti come una sfinge. Dirà d'averla conquistata l'ancella e di aver assaporato la sua bocca vorace e il corpo crudo e selvaggio dolcemente chiuso nell'umiltà del suo mistero. Ma dice anche che era una notte piena di inganni e popolata di varie immagini. Un altro sogno? Una misteriosa tenerezza addolciva la notte e una infinità di specchi rifletteva tra lampade inquiete le immagini di antiche cortigiane con attitudine di sfingi che vigilavano le fanciulle immerse nell'atmosfera di luci orgiastiche.

Immobile presso a me la sentivo divenire lontana e straniera mentre il suo fascino si approfondiva sotto la frangia notturna dei suoi capelli. Si mosse. Ed io sentii con una punta d'amarezza tosto consolata che mai più le sarei stato vicino. La seguii dunque come si segue un sogno che si ama vano: così eravamo divenuti a un tratto lontani e stranieri dopo lo strepito della festa. 

Si rendono fragili e ridicoli gli uomini che s'innamorano delle prostitute, signore e padrone del mistero della voluttà. La loro vita è un lungo peccato, ma la lussuria è un sacro culto di cui sono le uniche supreme sacerdotesse. 

Al loro cospetto Dino si presentava come un giovane e tormentato Faust, pronto a firmare il patto della propria dannazione. Aveva attraversato mille portici e scrutato i comignoli tra le ombre della sera e i raggi argentei della luna; aveva costeggiato il profilo imponente delle cattedrali, aveva attraversato archi marmorei e camminato accanto ai guizzi delle fiamme per portare il suo tormento nel postribolo, oltre le tende di trine che adornavano le salette, là dove le sacerdotesse officiavano i loro rituali d'amore con sapienza di sguardi, silenzi e sfioramenti.

Le bolognesi somigliavano alle dee scolpite sulle medaglie siracusane. Il taglio dei loro occhi era perfetto.


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Internato per la prima volta nel manicomio di Imola (in provincia di Bologna), nel settembre del 1905,[5] ne tentò una fuga già tra il maggio e il luglio del 1906, per raggiungere la Svizzera e da lì la Francia. Arrestato a Bardonecchia (in provincia di Torino) e di nuovo ricoverato presso l'istituto di Imola, ne uscì nel 1907 per l'interessamento della famiglia a cui era stato affidato.

IL VIAGGIO

Risale intorno al 1907 un suo viaggio in Argentina, presso una famiglia di lontani parenti emigrati, caldeggiato dagli stessi genitori per liberarlo dal tanto odiato paese natìo, e probabilmente perché il conflitto con la madre si era fatto ormai insanabile. Attratto probabilmente dalla nuova meta, Dino accettò forse di partire anche (o soprattutto) per lasciarsi alle spalle l'esperienza del manicomio.

Il viaggio in Sudamerica rappresenta comunque un punto particolarmente oscuro della biografia del poeta marradese: se alcuni infatti arrivarono a chiamarlo "il poeta dei due mondi", c'è anche chi, come per esempio Ungaretti, sostiene invece che in Argentina Dino non ci andò. Regna una certa confusione anche sulle varie versioni intorno alla datazione e alle modalità del viaggio e sul tragitto del ritorno. Tra le varie ipotesi, si crede che sia partito nell'autunno del 1907 da Genova, ed abbia vagabondato per l'Argentina fino alla primavera del 1909, quando ricomparve a Marradi, dove venne arrestato.   

 

I BASTIMENTI

Anche mio nonno, ragazzino, andò in Argentina nel 1907. Probabilmente partiva da Napoli e non da Genova.

Gli emigranti con biglietto di terza classe viaggiavano nella parte più bassa del piroscafo: gli uomini soli a prua, le coppie sposate al centro, le donne sole a poppa. Ai piani superiori viaggiavano i borghesi che potevano godere di spazi più adeguati con un salone in cui si giocava a scacchi, a dama, a carte, che all’occorrenza diventava una grande sala da pranzo.

Il viaggio durava un mese, attraverso un oceano che sembrava infinito. 

I poveri dormivano nelle cuccette, quasi ammassati e vicini al rumore della sala macchine. Le condizioni igieniche erano precarie, con pericoli di infezione. Gli emigranti proveniente dalle stesse terre cantavano insieme le stesse canzoni, per ingannare il tempo e per darsi coraggio perché il mare sconfinato faceva paura. 

Il rancio era distribuito negli spazi comuni per gruppi di sei persone, una delle quali a turno era incaricata del ritiro delle vivande dalla cucina.

 

LE DONNE e GLI AMORI

Se Dino non è mai fuggito laggiù, allora Manuelita è solo un sogno, una versione creola delle ragazze emiliane o toscane.  E come fu l'adolescenza di Tommaso? il ragazzino destinato a diventare padre e poi nonno, mio nonno, il ragazzino da cui ho ereditato il nome? Qualche amore clandestino o solo prostitute da cercare nei sobborghi di Buenos Aires? Forse le stesse che conobbe anche lui? forse nella zona del porto dove il mare nel vento mesceva il suo sale che il vento mesceva e levava nell'odor lussurioso dei vichi?  

In quei vicoli le donne guardavano negli occhi i loro clienti oppure i loro sguardi erano persi nelle fiammelle che si agitavano cercando di svellersi dal cavo dei lampioni e cantavano canzoni di cuori in catene?

Tra le bianche colossali prostitute Dino era facilmente ammaliato. Una di loro sognava col viso poggiato alla palma. Aveva un profilo dalla linea imperiale e uno splendore opalino le illuminava il collo. Restava in attesa, finché non si mosse con un rapido gesto di giovinezza imperiale traendo sulle spalle nude la veste leggera e gli scuri della finestra si chiusero dolcemente su una duplice ombra. E il cuore di Dino restava affamato di sogno, per lei, per l'evanescente come l'amore evanescente, per una ignota donatrice d'amore dei porti.

Nel crepuscolo la mia pristina lampada instella il mio cuor vago di ricordi ancora . Volti, volti cui risero gli occhi a fior del sogno che inghirlandai di fervore: o fragili rime, o ghirlande d'amori notturni... Dal giardino una canzone si rompe in catena fievole di singhiozzi: la vena è aperta: arido rosso e dolce è il panorama scheletrico del mondo.

Tommaso guardava la luna che spandeva raggi riflessi in scintillii nel grande oceano e si chiedeva se quella luna era davvero la stessa che vedevano dall'Italia, dal colle di Ortona affacciato sulle sponde del Mare Adriatico. La stessa luna vista da un altro mondo.

Le donne del porto, donatrici di fugaci dolcezze, Dino le amava. In quelle prostitute vedeva apparizioni eccelse, miracolose, riconosceva matrone e regine, nei loro aliti perceviva l'effluvio divino. Nella melodia delle carezze comprate toccava vette di assoluta felicità, ma non era la sua felicità. Nella stanza dove le nudità riflesse nelle specchiere erano velate da nuvole di fumi viola, s'avvicinava alla finestra per aprirla al cielo notturno e vedeva uomini, come spettri vaganti, tra le vie e le piazze che accoglievano cadenze del sogno:

Fuori è la notte chiomata da muti canti, pallido amor degli erranti.

Qual ponte muti chiedemmo, qual ponte abbiamo gettato sull'infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza? La luna sorgeva nella su avecchai vestaglia dietro la chiesa bizantina.