Il Me Too mi fa schifo. Ci dovrebbe essere una prescrizione anche per le molestie. Come si fa a denunciare dopo 30 anni uno che ti ha toccato il culo o l’altro ti ha toccato una tetta? (Patrizia Valduga)
Tra gli esempi di ingiustizia legalistica possiamo annoverare i
labirinti burocratici (chi non ricorda quelli magistralmente descritti da Franz Kafka?), il
paradosso del comma 22, l'inflazione normativa tanto cara ai peggiori
azzeccagarbugli e ora possiamo aggiungerci anche l'epidemia del Me-too.
Summum jus summa iniuria. La locuzione, citata anche da Cicerone, svela l'ambivalenza del diritto. Una verità che è pericoloso ignorare. Il dizionario Treccani la rende in italiano affermando che "l’uso rigoroso e indiscriminato di un diritto o l’applicazione rigida di una norma può diventare un’ingiustizia".
La consapevolezza dell'effetto-paradosso in cui possono scivolare anche le norme più apprezzate aveva indotto i vecchi giuristi all'uso prudente del diritto. Nella facoltà universitaria che si chiama ancora giurisprudenza si dovrebbe studiare "la prudenza del diritto", vi si dovrebbero educare gli studenti a diffidare della erudizione legalistica e delle pretese scientifiche di legulei. Una consapevolezza che oggi purtroppo si va perdendo e che lascia spazio ai corsi accademici di presunte "scienze giuridiche".
Me-Too è un neologismo che dovrebbe essere preceduto dal number-sign, il cancelletto che contraddistingue gli aggregatori tematici dei social media (hashtag). MeToo, anch'io, è l'aggregatore usato nei social dalle donne che si sono unite alla denuncia di molestie sessuali contro il produttore cinematografico Harwey Weinstein, arrestato il 6 ottobre 2017. Il Me-Too ha generato una valanga di denunce (oltre 100 nei soli confronti di Weinstein) da parte di donne anche molto famose. Poi ha travolto anche in Europa personaggi importanti tra attori, registi e uomini politici. Dustin Hoffman è stato accusato di atti osceni compiuti da ragazzo, cinquant'anni fa.
Lo tsumani moralistico ha portato alle dimissioni di un ministro britannico, Michael Fallon, accusato nel novembre 2017 di aver toccato le ginocchia di una giornalista durante una cena svolta nel 2002; niente al confronto del ministro gallese Carl Sergeant che s'è suicidato. Il suo nome era comparso in una lista di molestatori per accuse imprecisate. Fu rimosso dal suo incarico politico il 3 novembre 2017. Si è ucciso quattro giorni dopo. Nella lettera inviata al suo avvocato aveva negato qualsiasi comportamento inappropriato.
Il Me-too ha fatto emergere anche comportamenti odiosi e sicuramente criminali, come quelli confessati dall'attore Bill Cosby, ma a livello globale il Me-too è stato un'ondata sessuofobica. Ha generato decisioni abnormi: a gennaio 2018 un maestro è stato licenziato per aver mostrato agli alunni un libro d'arte con le riproduzioni di opere di Amedeo Modigliani. A febbraio la Art Gallery di Manchester ha rimosso una tela ottocentesca di John William Waterhouse, "Ila e le ninfe". Un dipinto di epoca vittoriana accusato di essere sessista. Cosa direbbero mai gli zelanti gestori del museo britannico, così prontamente allineati alle richieste del MeToo, messi di fronte al David che a Firenze espone le sue monumentali nudità allo sguardo di migliaia di turisti? Accuserebbero Michelangelo di morboso esibizionismo maschilista, di pulsioni omosessuali o di sessismo al contrario?
A Londra si sono sentiti in dovere di oscurare i nudi di Egon Schiele, che ornavano alcuni spazi della metropolitana; a teatro hanno modificato il finale della Carmen; le opere di Gauguin sono state bollate come apologia della pedofilia. Idem per un quadro di Balthus.
“E’ in corso un grande fraintendimento di ciò che è un’opera d’arte. L’arte non deve essere morale. Al contrario, l’arte deve essere in grado di rivelare il lato oscuro dell’umanità. Il movimento #MeToo è un femminismo puritano. Inoltre, è sfruttato sia dalle ‘femministe professioniste’ che dalle attiviste lesbiche. La maggioranza di queste femministe rende omaggio a un’utopia puritana in cui la complessità della sessualità è completamente cancellata”. (Catherine Millet)
Ma torniamo dall'arte alla vita quotidiana. A me pare ovvio che una carezza sul ginocchio risalente a quindici anni prima non può essere considerata un crimine. Un comportamento scorretto, forse, ma dipende dal contesto. Un gesto inopportuno, un approccio sbagliato, sono cose che possono tornare anche a discapito di chi tenta l'approccio e resta scornato. Solo chi soffre di gravi ossessioni sessuofobiche può confondere l'irruenza o il gesto volgare e inopportuno con lo stupro, ma forse stiamo parlando della maggioranza dei giornalisti che alimentano la febbre punitiva del MeToo. Giornalisti democratici nel nostro democratico occidente.
Ovviamente qui non si parla dei ricatti sessuali o degli abusi di potere con cui si costringe qualcuno (uomo o donna) a sottomettersi. Nel diritto questi casi sono già rubricati come violenza. La violenza, anche se di tipo morale, non va mai confusa con la molestia, ma il giornalismo sta annebbiando il linguaggio, usa il termine molestia sia per lo stupro di gruppo, sia per lo sguardo insistente. Quando si discute di molestie sessuali ognuno può immaginare ciò che vuole. Quando si parla di pedofilia non si riesce a distinguere tra il bimbo abusato fisicamente e il complimento audace rivolto ad una procace diciassettenne. No, non è la stessa cosa, non è lo stesso tipo di crimine.
La valanga mediatica del Me-Too ha cancellato ogni garanzia giuridica, ha trasformato in condanna definitiva certe memorie taciute per decenni (o forse incosciamente coltivate), ma è riuscito a farlo generando un clima inquisitorio. Il principio giuridico della prova e il metodo processuale del contraddittorio vengono rigettati come cavilli avvocateschi, per non parlare del sacrosanto principio della prescrizione, la si vuole sempre più abbreviata per la vera criminalità, ma improponibile davanti alla nuova inquisizione.
Il richiamo alle più elementari garanzie giuridiche viene respinto come artificio maschilistico volto a difendere l'indifendibile: Weinstein, l'orco. Nella nostra società dello spettacolo, dove tutto è spettacolarizzato, non si può escludere che il Me-Too abbia tratto forza anche dall'aspetto fisico di Harwey Weinstein, un aspetto cinematograficamente perfetto per un orco.
Chi non condanna è complice dell'orco, chi non vuole partecipare al linciaggio sta offendendo le vittime. Nessun argomento contrario è ammesso, le accuse non hanno bisogno di essere provate e non devono essere contrastate. Le Iene di Mediaset lanciano accuse anonime nei confronti di un regista di cui non si fa il nome, che però sarà facile individuare. Altre accuse toccano anche un altro regista italiano. Ma sono vere? sono più vere delle dichiarazioni di altre attrici a sua difesa? Per Weinstein le evidenti contraddizioni di Asia Argento e di Jessica Mann non hanno alcun peso?
Chi potrà mai individuare la linea di confine tra la molestia punibile e
il corteggiamento volgare?
Il clima da caccia alla streghe ha rischiato di travolgere il sindaco di Mantova, Mattia Palazzi, che da ricattatore sessuale s'è poi scoperto vittima di stalking. Per sua fortuna il sindaco non ha la faccia da orco. Travolto anche lo psicologo Raffaele Morelli di cui vi ho già riferito. E' stato sommerso di critiche per aver argomentato sulle dinamiche relazionali connesse alle molestie. Non c'è più spazio per la ragione se sminuisce le accuse delle eumenidi del MeToo.
In tutto questo delirio vorrei chiedermi se il sessismo invece di essere il reato che qualcuno ora propone di inserire nel codice penale francese, non sia piuttosto l'ossessione con cui si sta cercando di criminalizzare ciò che turba e disturba la presunta purezza di qualcuno, ciò che possiamo considerare molesto.
“Bisogna rendere lo spazio pubblico egualitario. Le donne non devono più sentirsi obbligate a fare i conti con dei comportamenti oltraggiosi” (Elise Fajgeles)
Non ci sarebbero comportamenti oltraggiosi verso le donne se si potessse somministrare bromuro a tutti gli uomini. Diventerebbe un mondo ideale che però a Patrizia Valduga non piace. La poetessa ne ha ben donde, infatti all'intervistatore che le chiede se non ha mai dovuto sopportare oltraggi sessisti, lei risponde: "Mai! Sono sempre stata io ad assaltarli. Tutt’al più sono gli uomini che possono accusarmi di violenza."
Non è sola, per fortuna, ad avversare le Erinni del neo-femminismo.
«Difendiamo la libertà di infastidire, indispensabile alla libertà sessuale» (titolo di un manifesto firmato da Catherine Denevue, Ingrid Caven, Catherine Millet ed altre)Natalia Aspesi ritiene che i comportamenti molesti sono «difetti maschili» inevitabilmente connaturati all’identità degli uomini. Le donne imparano ad trascurare questi difetti e a difendersi. «La Deneuve appartiene a una generazione che, come la mia, ha imparato a difendersi dalla violenza.»
La migliore smentita femminile del neofemminismo puritano proviene da Ornella Vanoni. In un messaggio a Vittorio Sgarbi gli ha scritto: "Ho pensato di denunciarti per mancate molestie". Una battuta scherzosa che tuttavia contiene una profonda verità: il rispetto che si concretizza in mancate molestie può umiliare in modo invisibile e profondo. "Noi donne siamo lusingate dalle attenzioni maschili - dice Claudia Gerini - Le violenze vanno sempre condannate ma noi donne non dobbiamo considerarci incapaci di respingere un'avance sgradita". Se non ci fossero le avance, gradite o sgradite, finirebbe il mondo.
Nel MeToo, oltre al diritto di denunciare le violenze fisiche e morali, c'è poco di ragionevole. Certe donne sarebbero pronte a portare davanti all'inquisizione moralista anche Giuseppe Ungaretti e non risparmierebbero neanche Eugenio Montale con le sue malsane considerazioni per le gambe di Dora Markus, vista soltanto in fotografia. Evidentemente afflitto dal medesimo difetto maschile di Dante e di Petrarca.
