1.2.20

Betty Blue

Potrei firmarmi Zorg, come il protagonista del film di Jean-Jacques Beineix

Wikipedia lo descrive come un ragazzo con ambizioni letterarie, recluso in una vita tranquilla tra lavoro e tentativi di scrittura fino al giorno in cui arriva Betty, giovane e bella, ma altrettanto selvaggia, imprevedibile, diversa da tutte le altre. 

L'ho conosciuta anch'io una vera Betty Blue. Nei miei quaderni di adolescente lei ha un altro nome, Liuba, ma lo stesso fascino ferino, la stessa impetuosa natura zingaresca, sessualmente selvaggia, estrema. Luiba viveva in una casa piena di tele dipinte da un suo amante: immagini oscure, violente e inquietanti, eppure lei emanava un'energia luminosa e ribelle.
Wikipedia descrive Betty affetta da gravi disturbi mentali, ma quelli, se ci sono, non sarebbero mai visibili ad uno spasimante, perciò non lo dirò mai della mia Liuba, pur consapevole che eravamo fuori da ogni normalità.

Nel film Betty diventa nevrotica, incontrollabile fino ad una follia distruttiva. Il contrario (fortunatamente) di quello che poi è stato il destino di Liuba che ha rinunciato ai suoi viaggi in autostop, alle droghe, agli amori senza cerniera, alle promiscuità... è diventata una professoressa di scuole medie. Vita ordinaria da brava madre di famiglia, gusti borghesi, affetti familiari soffocati nella noia di provincia. 

Ora sembra un'altra persona e sembra non ricordare quasi nulla della ragazza selvaggia e indomabile che fu. 

Poi ho incontrato un'altra Betty Blue, che potrei chiamare Giulietta. Anche lei piccola come una perfetta bambolina dai capelli neri, maliziosa e bugiarda, capricciosa e pretenziosa. Anche lei destinata a un grigio, ordinario destino da impiegata.