7.3.21

L'orda d'oro

 

SCRITTE SUI MURI DI BOLOGNA

  • Lavoro zero a reddito intero, tutta la produzione all'automazione
  • No al progetto paranoico di colpevolizzazione dell'intelligenza desiderante
  • Un giardino dove sbocciano i fiori (sui sentieri di guerra)
  • No alla legge di stato, sì alla coscienza sensibile
  • W il compagno che picchia i fasci
  • Vivere distruggendo, distruggendo creare, creare liberando
  • W la compagna P38
  • Fedeli al degrado
  • Usciamo dai ghetti, riprendiamoci la città
  • La migliore università che io conosco è il letto
  • Decreto lo stato di felicità permanente
  • Jacquerie
  • W Marx, W Engels

Nelle aule universitarie, dopo il '77, le scritte inneggiavano a Bifo e Radio Alice

Sulle strade compariva la firma di P'aco dalcatraz. Arte, politica e non-sense

Il cuore creativo era il DAMS, il dipartimento universitario di arte, musica e spettacolo.
Nelle aule del Dams, tra Strada Maggiore e via Guerrazzi, Umberto Eco teneva le sue lezioni di semiotica. L'Italia era una nuova boheme e Bologna era la sua capitale.
In via Guerrazzi c'era anche il Collegio dei Fiamminghi con lo studio del professor Giuseppe Caputo.

 

Le fotografie di Enrico Scuro raccontano visivamente quegli anni carichi di esaltazione. Erano gli anni dell'Orda d'oro, chiamati così da un libro di Nanni Balestrini e Primo Moroni. 

C'era l'aula con la grande scritta "Decreto lo stato di felicità permenente".

C'era il Cassero a Porta Saragozza.

C'era il Punkreas e le sue bizzarre mostre d'arte.

C'erano gli indiani metropolitani ed altri strani.

C'erano le osterie. Quella degli anarchici si chiamava Onagro.

C'erano i canti demenziali degli Skiantos con Freak Antoni.

C'era Beppe Maniglia che arrivava in Piazza Maggiore con la sua spettacolare motocicletta, suonava la chitarra e faceva scoppiare le borse per acqua calda. 

C'era Radio Alice nella soffitta di via del Pratello.

C'era Andrea Pazienza. Pugliese che veniva da Pescara e disegnava storie strane.

C'erano le ragazze abbigliate come zingare o streghe. Ragazze magiche. A settembre del 1979 arrivò Patti Smith, la strega newyorkese, montò il suo palco e fece vibrare lo stadio Dall'Ara urlando Because the night

Eva Robins era l'angelo dell'ambiguità sessuale. 

Al Dams c'era una giovane professoressa che studiava come opere d'arte gli aggrovigliati graffiti metropolitani. Si chiamava Francesca Alinovi. Qualcuno la uccise. Accadde solo pochi mesi dopo l'omicidio di Angelo Fabbri, il geniale studente del Dams ucciso con 11 coltellate. La professoressa Alinovi fu colpita da 47 coltellate nella sua stanza di via del Riccio. Nessuno sa perché. Damsterdamned.

 

Io non volevo morire...
Se tu mi leggi, ora, e io sono morta, ricorda che io non volevo morire, ricorda che io avrei voluto essere immortale e non lasciare spoglie vicarie mortali sulla terra.
Ricorda che, anche faticosamente, avrei retto il peso dei miei anni e la fatica di vivere stratta in un corpo putrido e malato.
Ricorda poi che, per il fatto che mi leggi, io ti amo, come, in vita, ho amato tutti quelli che mi hanno amato e ho amato essere amata senza mai essere capace di manifestare il mio amore.
Sono sentimentale, questa sera del 20 dicembre vicino a Natale, e con la febbre d'amore che riverso su dischi e fantasie di incontri inaccaduti.
Faccio il mio testamento di amore e di morte perché ho sempre sentito l'amore come morte (e la morte come amore?).
Non voglio morire...
e non posso amare.

(dal diario di Francesca Alinovi)

Chi erano, cosa volevano i desideranti dell'orda d'oro? Se lo chiedevano Lidia e Marco che l'orda d'oro l'hanno descritta come una storia di porci con le ali; se lo chiedeva Pier Vittorio Tondelli, scrittore del libertinaggio, erede a suo modo del realismo pasoliniano, quello nudo e crudo dei ragazzi di vita. Tondelli fu ucciso dall'Aids, la peste degli anni '80 che stroncò anche il genio di Michel Foucault e del nostro professor Caputo. Marco Lombardo Radice fu stroncato da un infarto, un cancro aveva ucciso nel 1980 Franco Basaglia, invece Alexander Langer si tolse la vita da sé, ma i più caddero sotto il fuoco nemico di una guerra mai dichiarata. Una guerra clandestina che tendeva a rovesciare le colpe sulle sue stesse vittime.

Nel marzo del 1977 uccisero Francesco Lorusso, gli spararono in via Mascarella, due mesi dopo a Roma spararono a Giorgiana Masi, l'anno seguente, a Milano, sarà la volta di Fausto e Iaio.  Le scritte sui muri di Bologna ci ricordano anche l'uccisione di Pedro (Pietro Maria Greco) insegnante di matematica ucciso a Trieste nel 1985 mentre usciva di casa. Se l'erano cercata?

E’ una storia vestita di nero
è una storia da basso impero
è una storia mica male insabbiata
è una storia sbagliata.

(Fabrizio De Andrè, Una storia sbagliata, 1980)

Per fermare l'orda d'oro usarono una violenza sanguinaria e vigliacca, la stessa con cui nel decennio precedente avevano stroncato il sogno americano, l'orda pacifista degli hippies. 

Vedemmo ragazzi colpiti quasi a caso durante le manifestazioni. Sembravano omicidi insensati, come nel finale di Easy Rider. Orchi bavosi che sparavano in odio alla pace e alla libertà. Invece la logica c'era, era la stessa lucida strategia che avrebbe insanguinato le strade di Genova nel 2001, quella descritta con agghiacciante chiarezza dall'orco-presidente.  

I migliori venivano eliminati con droghe maltagliate o affidandoli alla personale ferocia dei boia neofascisti. Come Valerio Verbano. Lo aspettarono dentro casa, armati di pistole col silenziatore. Avevano sequestrato i suoi genitori, li avevano legati e rinchiusi in una stanza. Lui tornava da scuola. Lo uccisero sul divano. Una vera esecusione. Cosa aveva fatto quel ragazzo che frequentava il liceo scientifico Archimede? Era appassionato di musica e aveva l'hobby della fotografia. Fotografava i fascisti e raccoglieva informazioni su di loro. Per questo era già stato arrestato e processato. Tutte le sue carte furono sequestrate. Ma evidentemente non bastava. Era l'inverno del 1980 quando lo eliminarono. Poi si affrettarono anche ad eliminare le tracce e gli oggetti sequestrati.  Il giudice Mario Amato ebbe il tempo di vederle, lesse i nomi, gli spostamenti, gli incontri, le fotografie... eliminarono anche il giudice. Prima di lui era già stato ucciso Vittorio Occorsio, altro magistrato che indagava sui gruppi eversivi dell'estrema destra. Probabilmente negli ambienti neofascisti della capitale si stava già organizzando la più grande strage degli 'anni di piombo', la bomba alla stazione di Bologna. Valerio era troppo curioso. Il giudice Mario Amato troppo coscienzioso.

L'ordigno scoppiò la mattina del 2 agosto 1980. Uccise ottacinque persone. Il giorno seguente il Procuratore della Repubblica di Bologna, Ugo Sisti, invece di dirigere le indagini, era riservatamente ospite nell'albergo della famiglia Bellini alla Mucciatella. Solo di recente abbiamo scoperto che Paolo Bellini fu uno degli esecutori della strage. Un fascista amico degli altri fascisti già condannati per quella strage: Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Condannati e poi praticamente graziati, rimessi in libertà da oltre vent'anni, nonostante gli otto ergastoli e 136 anni inflitti al termine dei processi. Un trattamento di speciale favore. Mistero legale. Come quello di Paolo Bellini che sfuggì per molti anni alla giustizia mentre veniva usato dai servizi segreti come infiltrato negli ambienti mafiosi.
La nota di Licio Gelli che gli fu sequestrata al momento dell'arresto avrebbe portato a scoprire fin dall'inizio il suo legame con la strage di Bologna, invece fu occultata dai funzionari di polizia. C'è sempre qualcuno dei servizi segreti dove si preparano le stragi terroristiche e quando si fanno sparire le prove. Non si riesce a distinguere l'agente segreto dal criminale fascista. Guido Giannettini era tra gli autori della strage di Piazza Fontana, nella Milano del 1969 con la polizia guidata dal questore Marcello Guida, uno sbirro che aveva già diretto le colonie penali nel ventennio mussoliniano. Sandro Pertini si rifiutò di stringergli la mano avendolo conosciuto a Ventotene, dov'era confinato come antifascista. Quanti fascisti sono rimasti nei posti di potere? 

ma anche gli altri venivano da un analogo losco passato fascista: Gelli e D'Amato, ma anche illustri democristiani come Amintore Fanfani e perfino .

La strage di Bologna fu commissionata da Licio Gelli, il venerabile Maestro della Loggia P2. Fascista e repubblichino. Agiva in combutta con Federico Umberto D'Amato, capo dei servizi segreti italiani (il famigerato Ufficio Affari Riservati) e col missino Mario Tedeschi, direttore della rivista "il Borghese". Furono loro a pagare i 5 milioni dollari ai neofascisti che piazzarono la bomba alla stazione. Soldi americani o soldi sottratti con l'inganno al banchiere Roberto Calvi, chissà. 

La loggia P2 era un verminaio, un laboratorio di omicidi politici e di stragi progettate per la conservazione del potere. Con Gelli c'era anche quel composto funzionario fotografato alla firma della Costituzione. Una foto del 1947 che tutti gli studenti conoscono e lo vedono, quasi come un guardiano della democrazia tra Alcide De Gasperi e Umberto Terracini.

Un laido intreccio di massoni, di sbirri, di fascisti e di mafiosi ha segnato tutta la storia della repubblica. Un intreccio che riemerge sempre. Lo troviamo a Roma, dove imperversava la Banda della Magliana, ma era già presente nella vicenda Moro, gestita da Francesco Cossiga insieme a un think-tank di piduisti sotto la vigilanza di un agente americano, Steve Pieczenik. Ad eseguire l'atroce condanna a morte, che fu una condanna della democrazia, probabilmente fu un killer di mafia. La mafia è il braccio armato della politica conservatrice. Anche in Sicilia, nelle stragi del '92, c'erano mafiosi con facce da mostro e questori di polizia, forse c'era anche Stefano Delle Chiaie. Il groviglio sanguinario che riunisce insieme massoni, sbirri, fascisti e mafiosi era già presente a Portella della Ginestra e nel finto incidente aereo in cui perse la vita Enrico Mattei e ovviamente in tutti i vari tentativi di colpo di stato. Sempre gli stessi loschi figuri di cui alcuni riveriti e celebrati come statisti.

"Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa." (Licio Gelli)

Nell'elenco delle vittime, tra i nomi di quelli che furono eliminati per realizzare la strategia fascio-piduista, troviamo insieme ai sognatori dell'orda d'oro, spiriti ribelli come Mauro Rostagno e Peppino Impastato, anche i coraggiosi partigiani come Enrico Mattei, gli intellettuali come Pier Paolo Pasolini, i magistrati coscienziosi come Mario Amato, Rocco Chinnici ed Emilio Alessandrini, i validi uomini di legge come Aldo Moro e Giorgio Ambrosoli, nonché gli onesti agenti delle forze dell'ordine. C'è una sottile affinità tra loro. L'idea di pace può accomunare artisti stravaganti, pensatori eretici e integerrimi funzionari dello stato, giornalisti e poliziotti votati alla verità.

A Bologna non c'erano mafiosi, le stragi erano eseguite direttamente dai poliziotti, quella della Uno Bianca. Poliziotti fascisti. Che dovrebbe essere un ossimoro.

Sui muri c'è una verità che compare subito, prima delle inchieste. Quando uccisero Giorgiana Masi sui muri apparve subito il nome del ministro col K e la doppia esse in caratteri runici, la sua implicita confessione arrivò solo trent'anni dopo. Fu così anche per la vicenda Moro, una delle più complesse. Fu immediatamente chiaro che quel delitto non poteva corrispondere agli interessi dei comunisti. Le brigate rosse non erano rosse. I muri parlavano meglio e più dei giornalisti.


 Ma non tutti riuscivano a capire. Tra le scritte c'era l'intelligenza desiderante, c'era la coscienza sensibile, ma c'era anche la P38 insieme al nome e al ritratto di Mao. L'idea di inquinare l'ideologia libertaria col maoismo era venuta a James Angleton, il famigerato agente della CIA che arruolò molti criminali fascisti per collocarli in posti chiave del potere apparentemente democratico. Dicono che fu lui a proporre la sua idea a Federico Umberto D'Amato, il quale mobilitò i fascisti per attuarla.
La regola enunciata da Cossiga di "infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto" funziona sempre. Riesce ad assicurare l'approvazione popolare ai peggiori metodi repressivi, ma la tecnica non prevede solo persone da infiltrare, anche le idee vengono infiltrate. E' la fabbrica dell'estremismo

I progetti eversivi dei brigatisti rossi (tutti siglati da un simbolico pentacolo che evoca il satanismo e non somiglia affatto alla falce e martello del comunismo) non nascevano nei covi comunisti, erano preparati nelle stanze dell'Hyperion di Parigi o sulla terrazza Martini di Milano. Incredibilmente i sicari s'infiltrano senza sentire neanche il bisogno di travestirsi, come i black-blok, che ormai da vent'anni vengono inviati a guastare ogni manifestazione pacifica, arrivano con le loro tute nere e la tattica tipicamente militare.