29.7.19

Il cinema francese, tra levità e intimismo

C'erano già stati i maestri del neorealismo italiano, inventori di un cinema carico di verità. De Sica, Rossellini e Visconti avevano portato sullo schermo vicende di una drammaticità struggente. I francesi arrivarono dopo, portando una grazia lieve.

Erano tutti molto giovani, vagavano in uno stato di smarrimento psicologico. Decisero che si poteva fare cinema riprendendo semplicemente se stessi. Senza sceneggiatura, solo guardandosi nell'obiettivo della 16mm come in uno specchio. 

I giornalisti chiamarono quel nuovo stile intimista  Nouvelle vague

Nelle pellicole di Truffaut, Chabrol, Rohmer, Godard non c'erano storie importanti, non necessitavano delle grandiose messe in scena. Il cinema diventava come la scrittura di un diario: annotazioni soggettive, dubbi esistenziali, ambienti reali, camere, strade, bistrot. Non servivano neanche gli attori, bastava chiamare gli amici e le amiche per raccontare la semplice realtà quotidiana cercando così di catturare la vera “anima delle cose".

(nella foto sotto il titolo Jean-Pierre Léaud e Chantal Goya)
 

Quegli attori improvvisati diventarono lo specchio di noi stessi. In Jean-Pierre Léaud rivedo me stesso. Nelle figure femminili non c'è lo charme delle dive, sono ragazze semplici: Marie Lysandre, Chantal Goya, Anna Karina, Jean Seberg, Delphine Seyrig, Marie-France Pisier. Quasi come inconsapevoli depositarie del mistero muliebre.

Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg 


Le prime pellicole della Nouvelle vague non ebbero successo: Le beau Serge (Claude Chabrol-1958),  I quattrocento colpi (François Truffaut-1959), Hiroshima mon amour (Alain Resnais - 1959), Fino all'ultimo respiro (Jean-Luc Godard- 1960). Ma il nuovo stile era nato. Negli anni successivi altre opere si affermarono come veri capolavori. Soprattutto per merito di Truffaut con Jules e Jim (1965), Baci rubati (1968), quella pellicola in cui la Delphine seduce un timidissimo Jean-Pierre; poi La mia droga si chiama Julie (1969), Domicile conjugal, brutalmente titolato in italiano: "Non drammatizziamo... è solo questione di corna" (1970), Adele H, una storia d'amore (1975), L'uomo che amava le donne (1977) fino ad arrivare al travolgente La signora della porta accanto (1981) inno alla bellezza e al potente erotismo di Fanny Ardant, moglie di Francois Truffaut.

Sulla scia della Nouvelle Vague troviamo due gioielli della storia del cinema. Nel 1975 la regista belga Chantal Akerman descrive in Jeanne Dielman, 23, quai du commerce, 1080 Bruxelles, la monotona quotidianità di una casalinga che si prostituisce. La ricerca della verità nel quotidiano spinge la regista donna a un disincanto che rasenta lo squallore, ma il film resta una pietra miliare per ulteriori esplorazioni dell'eros femminile: La donna in fiamme (1983) del tedesco Robert van Ackeren e L'interno berlinese (1985) di Liliana Cavani. In entrambi si impone l'enigmatica femminilità di Gudrun Landgrebe.

Riprende alcuni caratteri della Nouvelle vague anche il mio film preferito: L'anno scorso a Marienbad (1961) di Alain Resnais. Un film vero, con attori veri e un'ambientazione grandiosa, in cui tuttavia si riconosce l'elemento intimistico del diario segreto. Storia di un corteggiamento infinito dentro un gioco di rimandi e di negazioni, di attese e di illusioni. L'elegantissima dama di Marienbad è la stessa attrice che dà corpo e vita a Jeanne Dielman: Delphine Seyrig, moglie di Alain Resnais. La stessa attrice che riprenderà le vesti della perfetta donna borghese nel film di Louis Bunuel Il fascino discreto della borghesia (1972) e svelerà il vampirismo che può celarsi dietro il contegno borghese in un film di Harry Kümel: Le rouge aux lèvres che in inglese prese il titolo di Daughters of Darkness e in italiano un brutto La vestale di satana (1971).

In quasi tutti i film della Nouvelle vague vi è un'esplorazione del maschile e del femminile. Forse talmente sincera che oggi sarebbe improponibile. Sessismo? Penso soprattutto a Godard, ossessionato dalle donne che lui vede sempre indulgere al tradimento. Nel 1966 porterà sugli schermi Masculin, féminin.


 Tutte comuniste

Sembrava un cinema poetico e assolutamente non impegnato. Registi interessati a raccontare storie d'amore, ma l'amore era ed è rivoluzionario.
L'impegno politico emerge soprattutto nella vita privata delle attrici. Delphine Seyrig è stata una accesa femminista, molto attiva nelle manifestazioni e fondatrice del Centro Simone De Beavoire.
Jean Seberg, l'indimenticabile Cecilia di Bonjour tristesse (1958), che poi sarà anche la tossica Lilith dea dell'amore di Robert Rossen, appoggiò in America le istanze antirazziste delle Pantere Nere. Per questo fu oggetto di persecuzione politica da parte dei servizi segreti che promossero contro di lei campagne denigratorie fino a comprometterne l'equilibrio emotivo. Morì suicida nel 1979 all'età di 40 anni.
Fanny Ardant
nel 2007 rilasciò dichiarazioni di stima nei riguardi di Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse.