1.3.18

Un pub irlandese

Ho impiegato un po' a capirlo. Da bambino passavo davanti alla "Cantina di Ppurtatore", un antro seminterrato frequentato da pescatori e scaricatori di porto. Non era luogo per bambini e non mi sono mai azzardato ad entrare. C'erano marinai con i bicipiti tatuati, qualcuno portava anche la bandana e l'orecchino, come antichi pirati.
Quando ci passavo davanti attraversando il largo di Porta Caldari mia nonna mi diceva che un posto per ubriaconi. Un posto da non frequentare, eppure mi incuriosiva, mi attraeva.
L'oste era il padre di un ragazzo a modo, intelligente e studioso. 

Ho impiegato tempo a capire cosa c'era di attraente in quel luogo. Nei miei anni bolognesi imparaI a frequentare le osterie: l'Osteria del Sole, l'Osteria dei Poeti, la Fondazza, da Vito e da Mario, il Montesino e il Matusel. Poi ho capito che la magia di quei locali non era solo la loro storia, antica come i collegi disseminate tra le vie e i portici, non era solo il tepore delle luci e del legno, non era solo l'essere studenti nel cuore della più antica università del mondo. C'era anche un profumo di pub. 

 


Il pub ci riporta all'Irlanda dove esistono sono ancora i locali ultramillenari



 

 

E il massimo del piacere è quello di trovare tra i tavoli del pub una donna fulva ed energica come Fiorella Mannoia che canta di zingari e re, tra tamburelli e fisarmoniche. Canta il cielo d'Irlanda e mi riporta alle storie magiche che mia nonna mi raccontava la sera, prima di entrare nel paese dei sogni: il coro degli angeli che avevano accompagnato il trapasso di Tatà 'Ngicche era simile alla storia dell'angelo del settimo gradino: soglie o pertugi.