1.6.16

Bertrand Russell

«La vita dell’uomo è una lunga marcia attraverso la notte; nemici invisibili lo circondano, stanchezza e dolore lo torturano, ed egli avanza verso una meta che pochi possono sperare di raggiungere e dove nessuno potrà sostare a lungo. Uno per uno, mentre procedono, i nostri compagni scompaiono alla vista, colpiti dagli ordini silenziosi della morte onnipotente. Possiamo aiutarli per un tempo brevissimo, nel quale si decide la loro felicità o la loro disgrazia. Sta a noi illuminare il loro cammino, lenire la loro sofferenza con il balsamo della simpatia, rafforzare il coraggio vacillante, istillare la fede nell’ora della disperazione. […] Reggere da solo, stanco ma ostinato Atlante, il mondo che i suoi ideali hanno edificato a dispetto del cieco avanzare di una potenza inconsapevole» 

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“Mi sono immaginato di essere ora liberale, ora socialista, ora pacifista, ma nel senso più profondo non sono mai stato né l'una cosa né l'altra né l'altra. Sempre l'intelletto scettico, quando più avrei desiderato che tacesse, ha mormorato i suoi dubbi, mi ha tagliato fuori dai facili entusiasmi degli altri e mi ha trasportato in una solitudine desolata” 


Bertrand Russell (1872-1970), gentiluomo e grande filosofo, maître-à-penser, scrittore di successo e intellettuale di alto profilo internazionale, secondo taluni era un «originale». Forse sarebbe più corretto definirlo un «anticonformista», quale cultore del pensiero avverso al luogo comune e alle regole consolidate di un ipotetico «migliore dei mondi possibili». Ne fa fede una lunga serie di prese di posizione che fecero scandalo ai suoi tempi (e che in larga misura continuano a farlo). Dalle affermazioni contenute nei suoi Saggi scetticiil concetto di peccato è illusorio e inutile la crudeltà solitamente praticata nel castigarlo» «il nazionalismo è un esempio di fervida fede in cose assai dubbie» o la denuncia della «tirannia dei mariti sulle mogli e dei padri sui figli», che culmina nella proposta di certificazioni pubbliche dell’idoneità al ruolo genitoriale  alle prese di posizione provocatorie del suo celeberrimo Perché non sono cristiano («non solo intellettualmente la religione è dannosa, ma anche moralmente, perché la sua etica non contribuisce alla felicità. […] L’aspetto peggiore della religione cristiana è il suo atteggiamento riguardo al sesso: atteggiamento morboso e innaturale». Tesi controcorrente, tali da suscitare indignazione nell’ottuso perbenismo da establishment. Con dirette conseguenze per il loro propugnatore: già nel 1916 l’impegno politico costò a Russell il lettorato di cui era titolare a Cambridge e nel 1918 sei mesi di carcere per attività pacifiste. Poi, nel 1941, venne espulso dal City College di New York – come si motivò – «per aver predicato la tolleranza in luogo della comune decenza»; ossia aver esposto le proprie tesi all’avanguardia in materia di sessualità ed educazione.
Eppure si trattava di una riconosciuta star della cultura filosofica mondiale, autore con Alfred Whitehead dei Principia Mathematica (1910-13), monumentale opera che ricostruisce l’intera matematica classica; seguita da testi decisivi contro il dogmatismo e il fanatismo, a favore di un soggettivismo etico e del valore della libertà come salvaguardia dell’individuo e delle sue potenzialità. Impegno al servizio della ricerca di amore e felicità tradotto in militanza: prima in programmi pedagogici, poi con la creazione della Russell Peace Foundation contro la corsa agli armamenti e – infine, nel 1966 – nell’istituzione con Jean Paul Sartre del Tribunale Russell che riconobbe gli Stati Uniti colpevoli di genocidio in Vietnam. Un curriculum non male per chi si era definito «un whig inglese» e di sé aveva detto di nutrire «un amore tutto inglese per il compromesso e la moderazione».

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In totale contrasto con il lascito, prima di tutto etico, di un gentiluomo inglese; contenuto nella raccolta di suoi saggi che vanno dal 1903 al 1915 sotto il titolo icastico di Misticismo e logica. Sul metodo scientifico in filosofia e il culto dell’uomo libero: «Una filosofia veramente scientifica sarà più umile, più frammentaria, più faticosa, lascerà meno spazio ai miraggi esterni per lusingare speranze fallaci, ma sarà più indifferente verso il fato e meglio in grado di accettare il mondo senza tiranniche imposizioni delle nostre esigenze umane e temporali».
 

[Fonte: Pierfranco Pellizzetti]