1.5.06

L'articolo delle lucciole

Corriere della Sera, 1 febbraio 1975
 
"Il vuoto del potere"

di Pier Paolo Pasolini




La  distinzione  tra  fascismo  aggettivo  e  fascismo  sostantivo  risale niente meno  che  al  giornale  "Il  Politecnico",  cioè  all'immediato  dopoguerra..."  Così comincia  un  intervento  di  Franco  Fortini  sul  fascismo  ("L'Europeo,  26-12-1974):  intervento  che,  come  si  dice,  io  sottoscrivo  tutto,  e  pienamente.  Non posso  però  sottoscrivere  il  tendenzioso  esordio. Infatti la distinzione tra "fascismi"  fatta  sul  "Politecnico"  non  è  né  pertinente  né  attuale.  Essa  poteva valere   ancora   fino   a   circa   una   decina   di   anni   fa:   quando   il   regime democristiano era ancora la  pura e semplice continuazione del regime fascista.  Ma  una  decina di anni  fa, è successo  "qualcosa".  "Qualcosa"  che non c'era e non era  prevedibile non solo ai tempi  del  "Politecnico",  ma nemmeno un anno prima che   accadesse (o addirittura, come vedremo, mentre accadeva).

Il  confronto  reale  tra  "fascismi"  non  può  essere  dunque  "cronologicamente", tra il fascismo fascista e il fascismo democristiano: ma tra il fascismo fascista e il  fascismo radicalmente,  totalmente,  imprevedibilmente  nuovo  che  è  nato da quel "qualcosa" che è successo una decina di anni fa.

Poiché sono uno scrittore, e scrivo in polemica, o almeno discuto, con altri scrittori, mi si lasci dare una definizione di carattere poetico-letterario di quel fenomeno   che   è   successo   in   Italia   una   decina   di   anni   fa.   Ciò   servirà   a semplificare  e  ad  abbreviare  il  nostro  discorso  (e  probabilmente  a  capirlo anche meglio).

Nei  primi  anni  sessanta,  a  causa  dell'inquinamento dell'aria,  e,  soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti)  sono  cominciate  a  scomparire  le  lucciole.  Il  fenomeno  è  stato fulmineo  e  folgorante.  Dopo  pochi  anni  le  lucciole  non  c'erano  più.  (Sono  ora un  ricordo,  abbastanza  straziante,  del  passato:  e  un  uomo  anziano  che  abbia un  tale  ricordo,  non  può  riconoscere  nei  nuovi  giovani  se  stesso  giovane,  e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).

Quel  "qualcosa"  che  è  accaduto  una  decina  di  anni  fa  lo  chiamerò  dunque "scomparsa delle lucciole".

Il  regime  democristiano  ha  avuto  due  fasi  assolutamente  distinte,  che  non solo  non  si  possono  confrontare  tra  loro,  implicandone  una  certa  continuità, ma  sono  diventate  addirittura storicamente incommensurabili. La prima fase di tale regime (come   giustamente hanno sempre insistito a chiamarlo i radicali) è quella che va dalla fine della guerra alla scomparsa delle lucciole, la seconda fase è quella che va dalla scomparsa delle lucciole a oggi. Osserviamole una alla volta.

Prima della scomparsa delle lucciole

La  continuità  tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta. Taccio su ciò, che a questo proposito,  si  diceva  anche  allora, magari appunto nel  "Politecnico":  la  mancata  epurazione,  la  continuità  dei  codici,  la violenza  poliziesca,  il  disprezzo per la Costituzione. E mi soffermo su ciò  che ha  poi contato in una coscienza  storica  retrospettiva.  La  democrazia  che  gli antifascisti democristiani opponevano alla dittatura fascista, era spudoratamente formale.
Si fondava su una maggioranza assoluta ottenuta attraverso i voti di enormi strati  di  ceti  medi  e  di  enormi  masse  contadine,  gestiti  dal  Vaticano.  Tale gestione  del  Vaticano  era  possibile  solo  se  fondata  su  un  regime  totalmente repressivo. In tale universo i "valori" che contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l'obbedienza, la disciplina, l'ordine, il risparmio, la moralità. Tali "valori" (come del resto durante il fascismo) erano "anche  reali":  appartenevano  cioè  alle  culture  particolari  e  concrete  che costituivano l'Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Ma nel momento in  cui  venivano  assunti  a  "valori"  nazionali  non  potevano  che  perdere  ogni realtà, e divenire atroce, stupido, repressivo conformismo di Stato: il conformismo del potere  fascista  e  democristiano.  Provincialità,  rozzezza  e ignoranza sia delle "élites" che, a livello diverso, delle masse, erano uguali sia durante  il  fascismo  sia  durante  la  prima  fase  del  regime  democristiano. Paradigmi di questa ignoranza erano il pragmatismo e il formalismo vaticani.

Tutto  ciò  che  risulta  chiaro  e  inequivocabilmente  oggi,  perché  allora  si nutrivano, da parte degli intellettuali e degli oppositori, insensate speranze. Si sperava  che  tutto  ciò  non  fosse  completamente  vero,  e  che  la  democrazia formale  contasse  in  fondo  qualcosa.  Ora,  prima  di  passare  alla  seconda  fase, dovrò dedicare qualche riga al momento di transizione.

Durante la scomparsa delle lucciole

In   questo   periodo   la   distinzione   tra   fascismo   e   fascismo   operata   sul "Politecnico"  poteva  anche  funzionare.  Infatti  sia  il  grande  paese  che  si  stava formando  dentro  il  paese -cioè  la  massa  operaia  e  contadina  organizzata  dal PCI -sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che "le lucciole  stavano  scomparendo".  Essi  erano informati  abbastanza  bene  dalla sociologia  (che  in  quegli  anni  aveva  messo  in  crisi  il  metodo  dell'analisi marxista): ma erano informazioni ancora non vissute, in sostanza formalistiche.  Nessuno  poteva  sospettare  la  realtà  storica  che  sarebbe  stato l'immediato  futuro;  né  identificare  quello  che  allora  si  chiamava  "benessere" con  lo  "sviluppo"  che  avrebbe dovuto realizzare in  Italia  per  la  prima  volta pienamente il "genocidio" di cui nel "Manifesto" parlava Marx.

Dopo la scomparsa delle lucciole

I  "valori"  nazionalizzati  e  quindi  falsificati  del  vecchio  universo  agricolo  e paleocapitalistico,    di    colpo    non    contano    più.    Chiesa,    patria,    famiglia, obbedienza,  ordine,  risparmio,  moralità non contano più.  E  non servono neanche  più    in    quanto falsi. Essi sopravvivono nel clerico-fascismo emarginato (anche il MSI in sostanza li ripudia). A sostituirli sono i "valori" di un  nuovo tipo di civiltà, totalmente  "altra"  rispetto  alla  civiltà  contadina  e paleoindustriale. Questa esperienza è stata fatta già da altri Stati. Ma in Italia  essa  è  del  tutto  particolare,  perché si tratta della prima "unificazione" reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione   borghese   e   industriale.  Il trauma italiano del contatto tra l'"arcaicità" pluralistica e il livellamento   industriale ha forse un solo precedente:  la  Germania  prima  di  Hitler.  Anche qui i valori  delle  diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla violenta omologazione dell'industrializzazione: con la conseguente formazione di  quelle  enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio, aberrante, imponderabile corpo delle truppe naziste.

In   Italia sta succedendo qualcosa di simile: e  con ancora maggiore violenza, poiché   l'industrializzazione degli anni Settanta costituisce una "mutazione"  decisiva  anche  rispetto  a  quella tedesca  di  cinquant'anni  fa.  Non siamo più di fronte, come tutti ormai sanno, a "tempi nuovi", ma a una nuova epoca della storia umana, di quella storia umana   le cui scadenze sono millenaristiche. Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così a tale trauma  storico.  Essi sono diventati in pochi anni  (specie nel centro-sud)  un popolo  degenerato,  ridicolo,  mostruoso,  criminale.  Basta  soltanto uscire per strada per capirlo.  Ma,  naturalmente,  per capire i cambiamenti  della  gente, bisogna  amarla.  Io, purtroppo,  questa  gente  italiana,  l'avevo  amata:  sia  al  di fuori  degli  schemi  del  potere  (anzi,  in  opposizione  disperata  a  essi),  sia  al  di fuori degli schemi populisti e umanitari. Si trattava di un amore reale, radicato nel  mio modo di essere. Ho visto dunque  "coi  miei  sensi"  il comportamento coatto  del  potere  dei  consumi  ricreare  e  deformare  la  coscienza  del  popolo italiani,  fino  a  una  irreversibile  degradazione.  Cosa  che non era accaduta durante il fascismo fascista,  periodo in cui il comportamento era completamente dissociato dalla  coscienza.  Vanamente  il  potere  "totalitario" iterava e reiterava  le  sue  imposizioni  comportamentistiche:  la  coscienza non ne  era  implicata.  I  "modelli"  fascisti  non  erano  che  maschere,  da mettere  e levare. Quando il fascismo fascista è caduto, tutto è tornato come prima. Lo si è   visto anche in Portogallo: dopo quarant'anni di fascismo, il popolo portoghese ha celebrato il primo maggio come se l'ultimo lo avesse celebrato l'anno prima.

È  ridicolo  dunque  che  Fortini  retrodati  la  distinzione  tra  fascismo e fascismo al primo  dopoguerra:  la  distinzione tra il fascismo fascista e il fascismo di questa seconda fase del  potere democristiano non solo non ha confronti nella nostra storia, ma probabilmente nell'intera storia. Io tuttavia non scrivo il presente articolo solo per polemizzare su  questo punto,  benché esso mi stia molto a cuore. Scrivo il presente articolo in realtà per una ragione molto diversa. Eccola.
Tutti i miei lettori si saranno certamente accorti del cambiamento dei potenti   democristiani:   in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri.  È  vero:  essi  continuano  a  sfoderare  radiosi  sorrisi,  di una sincerità incredibile.  Nelle  loro pupille si  raggruma  della  vera,  beata  luce  di buon umore. Quando non si tratti dell'ammiccante luce dell'arguzia e della furberia. Cosa che agli elettori piace, pare, quanto la piena felicità.  Inoltre,  i nostri potenti continuano imperterriti i loro sproloqui incomprensibili; in cui galleggiano i "flatus vocis" delle solite promesse stereotipe. In realtà essi sono appunto  delle  maschere.  Son certo che,  a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno  un mucchio d'ossa  o di cenere:  ci sarebbe il nulla, il vuoto.  La spiegazione è semplice:  oggi  in  realtà  in  Italia  c'è  un  drammatico vuoto  di  potere.  Ma  questo  è  il  punto:  non  un  vuoto  di  potere  legislativo  o esecutivo,  non  un  vuoto  di  potere  dirigenziale,  né,  infine,  un  vuoto  di  potere politico  in  un  qualsiasi  senso  tradizionale.  Ma  un  vuoto  di  potere  in  sé.

Come  siamo  giunti,  a  questo  vuoto?  O,  meglio,  "come  ci  sono  giunti  gli uomini di potere?".

La  spiegazione,  ancora,  è  semplice:  gli  uomini  di  potere  democristiani sono passati   dalla   "fase delle lucciole"  alla  "fase della scomparsa delle lucciole" senza accorgersene.  Per  quanto ciò  possa  sembrare  prossimo  alla criminalità  la  loro inconsapevolezza su  questo  punto  è  stata  assoluta;  non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una "normale" evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura.
Essi si sono illusi che nel loro regime tutto sostanzialmente sarebbe stato uguale:  che,  per  esempio,  avrebbero  potuto  contare  in  eterno sul Vaticano: senza accorgersi che il  potere, che essi stessi continuavano a deteneree a gestire, non sapeva più che farsene del   Vaticano quale centro di   vita contadina, retrograda, povera. Essi si erano illusi di poter contare in eterno su un  esercito  nazionalista  (come appunto i loro predecessori fascisti):  e  non vedevano che il potere, che essi stessi continuavano a detenere e a gestire, già manovrava per gettare la base di eserciti nuovi in quanto transnazionali, quasi polizie  tecnocratiche.  E  lo stesso si dica per  la  famiglia, costretta, senza soluzione di continuità dai tempi del fascismo, al risparmio, alla moralità: ora il potere dei consumi imponeva a  essa cambiamenti radicali nel senso della modernità, fino ad accettare il divorzio, e ormai, potenzialmente, tutto il resto, senza più limiti (o almeno fino ai limiti consentiti dalla permissività del nuovo potere, peggio che totalitario in quanto  violentemente  totalizzante).

Gli  uomini  del potere democristiani hanno subito tutto questo, credendo di  amministrarselo  e  soprattutto di manipolarselo.  Non si sono accorti che esso era "altro":  incommensurabile  non  solo  a  loro  ma  a  tutta  una  forma  di civiltà. Come sempre (cfr. Gramsci) solo nella lingua si sono avuti dei sintomi. Nella  fase  di  transizione -ossia  "durante"  la  scomparsa  delle  lucciole -gli uomini  di  potere  democristiani hanno quasi  bruscamente  cambiato  il  loro modo di esprimersi, adottando un linguaggio completamente nuovo (del resto incomprensibile come il latino): specialmente Aldo  Moro:   cioè   (per una enigmatica correlazione) colui che appare come il meno implicato di tutti nelle cose orribili  che sono state, organizzate dal  '69  ad oggi, nel tentativo, finora formalmente riuscito, di conservare comunque il potere. Dico formalmente perché, ripeto, nella realtà, i potenti democristiani coprono con la loro manovra da automi e i loro sorrisi, il vuoto. Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient'altro che il luttuoso doppiopetto.

Tuttavia nella storia il "vuoto" non può sussistere: esso può essere predicato solo in astratto e per assurdo. È probabile che in effetti il "vuoto" di cui parlo stia  già  riempiendosi,  attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l'intera nazione. Ne   è un indice ad esempio l'attesa "morbosa" del colpo di Stato. Quasi che si trattasse soltanto  di  "sostituire"  il gruppo di uomini che ci ha tanto spaventosamente governati per trenta  anni, portando  l'Italia  al disastro  economico,  ecologico, urbanistico,  antropologico.In  realtà  la  falsa  sostituzione di queste "teste di legno"  (non meno, anzi più funereamente  carnevalesche), attuata attraverso l'artificiale rinforzamento dei vecchi apparati del potere  fascista, non servirebbe a niente (e sia chiaro che, in tal caso, la "truppa" sarebbe, già per sua costituzione, nazista). Il potere reale che da una decina di anni le  "teste di legno"  hanno  servito  senza accorgersi  della  sua  realtà:  ecco  qualcosa  che  potrebbe  aver  già  riempito  il "vuoto"  (vanificando  anche  la  possibile  partecipazione  al  governo  del  grande paese  comunista  che  è  nato  nello  sfacelo  dell'Italia:  perché  non  si  tratta  di "governare"). Di tale "potere reale" noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche:   non sappiamo raffigurarci quali "forme" esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai   servi che l'hanno preso per una semplice "modernizzazione" di tecniche. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro:  io, ancorché  multinazionale,  darei  l'intera Montedison per una lucciola.

Pier Paolo Pasolini